«I pazzi sono loro». Il manicomio raccontato dagli internati

«I pazzi sono loro». Il manicomio raccontato dagli internati

Abstract: Questo saggio intende mettere in rilievo le testimonianze soggettive scritte, lettere mai recapitate, frammenti, pensieri e narrazioni che si possono trovare all’interno delle cartelle cliniche personali degli internati e il giudizio che gli psichiatri davano di quelle forme di scrittura. Nelle note che seguono si è preferito dare risalto alla visione che gli internati hanno del manicomio e della vita all’interno dell’istituzioni totali. Nuove fonti che arricchiscono e danno profondità all’indagine della ricerca storica e sociale, consentendo un punto di vista “altro” sulla storia manicomiale in Italia. La potenza descrittiva e narrativa di questi documenti è sempre suggestiva anche quando la scrittura si presenta in un italiano stentato o in preda a una psicosi, un momento di disperazione o di furiosa rabbia. Queste memorie autobiografiche, a prescindere dalla forma che assumono, sono fondamentali per comprendere e ridefinire il ruolo dei singoli e della propria individualità all’interno dei gruppi sociali e del sistema gerarchico e punitivo nelle istituzioni manicomiali

This essay aims to highlight the subjective written testimonies, letters never delivered, fragments, thoughts and narratives that can be found within the personal medical records of inmates. It also focuses on the judgment given by psychiatrists on those forms of writing. In the following notes, the view that inmates have of the asylum and of life within the total institutions, has been emphasized. The aspects mentioned, represent new sources of enrichment which influence in-depth investigation of historical and social research, and allow “another” point of view on the history of asylum in Italy. The descriptive and narrative power of these documents is always suggestive, even when the writing is presented in broken Italian or in the throes of a psychosis, in a moment of despair, or a furious rage. These autobiographical memories, regardless of the form they take, are fundamental for understanding and redefining the role of individuals and their individuality within social groups and the hierarchical and punitive system in mental institutions.

Da qualche anno in campo storiografico si registra una progressiva e crescente attenzione verso gli istituti psichiatrici. Gli storici e gli studiosi di scienze sociali, recentemente, grazie all’ utilizzo e alla interpretazione di nuove fonti, spesso rinvenibili all’interno delle numerose “carte” custodite negli archivi manicomiali dell’intero territorio nazionale, continuano a offrire importanti contributi allo studio dei tempi e delle varie forme e pratiche di internamento.

Tra le varie fonti prese in esame, particolare rilievo riveste senz’altro la cartella clinica, simbolo della medicalizzazione della follia, pensata, a fondamento del moderno paradigma psichiatrico, dal medico Pierre-Jean-Georges Cabanis «come il luogo in cui il medico avrebbe dovuto descrivere la storia pregressa del disagio psichico, l’ingresso del malato in ospedale, il decorso giornaliero della malattia, i progressi e gli andamenti generali». Occorre precisare tuttavia che per molto tempo questa fonte è stata disconosciuta dagli storici, probabilmente perché ritenuta utile esclusivamente agli alienisti, in quanto essa era in grado di rappresentare, da un punto di vista parziale e unilaterale, solo il disagio psicologico. Poiché con la cartella clinica si tendeva a inquadrare ogni ricoverato in una narrazione che, conformemente all’ipotesi diagnostica, relegava il malato «in quella immagine di pazzo, ormai pubblica e irreversibile», tale documento non era ritenuto idoneo a cogliere le diverse sfumature dei meccanismi dell’internamento e, soprattutto, la storia reale dei pazienti.

La cartella clinica è, in effetti, un contenitore disomogeneo e mutevole nel tempo per una serie di fattori contingenti, nel quale, comunque, prevale l’ottica del sanitario che la redige e lo sguardo medico è espressione di un rapporto di supremazia, attraverso cui il sanitario “incasella” il paziente in una determinata etichetta nosografica.

Tuttavia la cartella clinica e la documentazione allegata consentono di adottare una pluralità di approcci nello studio delle pratiche di internamento perché al loro interno è possibile rintracciare scorci di storia e storie che descrivono l’incontro tra il sapere psichiatrico e i codici culturali della popolazione internata e gli effetti che ne derivano.

Dagli archivi dei manicomi si può ricavare una rete documentaria composta da corrispondenza, informazioni e note degli apparati di pubblica sicurezza, descrizioni più o meno accurate del luogo d’origine dei pazienti che rendono la cartella clinica un laboratorio documentale che può essere «minuziosamente smontato e ricomposto da differenti angoli visivi» e che ci offre paradigmi interpretativi molteplici, in grado di scavalcare le mura del manicomio e la sua storia interna.

Le testimonianze soggettive scritte, frammenti, pensieri e narrazioni che si possono trovare all’interno dei fascicoli personali degli internati arricchiscono e danno profondità all’indagine della ricerca storica, sociale e culturale, consentendo un punto di vista “altro” sulla storia manicomiale in Italia.

I testi scritti dagli internati negli istituti psichiatrici «si impongono come oggetti di riflessione storiografica: attraverso l’utilizzo di tali testimonianze […] si tratta di cimentarsi in una paziente opera di tessitura, di incrocio tra piani generali e peculiari, per restituire ai grandi eventi sfumature di storie reali, minime ma non irrilevanti, in grado di coglierne la complessità».

Le lettere e i diari dei pazienti rappresentano pertanto fonti di primaria importanza per ricostruire percorsi, sentimenti e idee degli stessi, tenendo presente che, non raramente, l’utilizzo della scrittura era incentivato come metodo anamnestico da alienisti e psichiatri, che ritenevano così di cogliere negli scritti e nella grafia gli elementi del disagio mentale e della devianza.

Tuttavia, è innegabile che il diario o la missiva di un internato può, ma non necessariamente, essere una fonte storica da decifrare e maneggiare con cura, in quanto, al suo interno, possono riscontrarsi elementi di disgregazione e ricostruzione della personalità attraverso l’alternanza tra una prosa lucida, coerente e fluida e frasi sconnesse, rabbiose e disperate, che testimoniano la presenza della psicosi. All’interno di questa complessità narrativa e interpretativa la produzione letteraria degli internati, quasi sempre autobiografica, resta una fonte privilegiata per la storia sociale, in cui «c’è chi scrive per denunciare l’abuso dell’internamento, chi vuole dimostrare di essere sano di mente, chi si limita a raccontare la propria vita. Questo fa sì che le scritture dei folli possano entrare a pieno titolo nell’ambito delle scritture autobiografiche. […] in cui i ricoverati sembrano mantenere, anche dopo lunghi periodi di internamento, capacità espositive e narrative».

Nelle note che seguono si è preferito dare risalto alla visione che gli internati hanno del manicomio e della vita all’interno delle istituzioni totali. Le testimonianze soggettive trovate all’interno dei fascicoli personali dei singoli pazienti hanno, per lo più, forma di lettera a familiari ed affetti lontani o come diario, annotazione, narrazione di una singola giornata o di un evento che ha turbato la loro quotidianità.

Le storie dei “matti” «appaiono come vite dissezionate a livelli diversi: la durata dei ricoveri […], la diagnosi che li accompagna, la “carriera” di malati di mente e la miseria o il disagio familiare da cui provengono, la descrizione, o la negazione della malattia». La potenza descrittiva e narrativa di questi documenti è sempre suggestiva anche quando la scrittura si presenta in un italiano stentato o in preda ad una psicosi, un momento di disperazione o di furiosa rabbia. Queste memorie autobiografiche, a prescindere dalla forma che assumono, sono fondamentali per comprendere e ridefinire il ruolo dei singoli e della propria individualità all’interno dei gruppi sociali e del sistema gerarchico e punitivo nelle istituzioni manicomiali.

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Autore

  • Oscar Greco

    Oscar Greco è dottore di ricerca e nel settembre del 2018 ha conseguito l’abilitazione per la docenza universitaria di seconda fascia. Attualmente è borsista di ricerca per la Gerda Henkel Foundation (Germany). Oltre a vari articoli e saggi su diverse riviste e curatele di testi ha pubblicato: Da emigranti a ribelli. Storie di anarchici calabresi in Argentina (2009), Lo sviluppo senza gioia. Eventi storici e mutamenti sociali nella Calabria contemporanea (2012), e I demoni del Mezzogiorno. Follia, pregiudizio e marginalità nel manicomio di Girifalco (1881-1921), (2018).
    Oscar Greco is a Doctor of Philosophy (PhD) and in September 2018 he became associate professor. He is currently a research fellow for the Gerda Henkel Foundation (Germany). In addition to various articles and essays published on different magazines and editorships, he has published: Da emigranti a ribelli. Storie di anarchici calabresi in Argentina (2009), Lo sviluppo senza gioia. Eventi storici e mutamenti sociali nella Calabria contemporanea (2012), e I demoni del Mezzogiorno. Follia, pregiudizio e marginalità nel manicomio di Girifalco (1881-1921), (2018).