«Arrestare il torrente dei libri proibiti, ed osceni, che allagano la capitale del cristianesimo». Il ruolo del Sant’Uffizio dopo l’editto del 18 luglio 1825 sulla censura preventiva
Il 5 ottobre 1825 l’arcivescovo di Ferrara Carlo Odescalchi pubblicava un regolamento inerente la messa al bando dei libri proibiti per il territorio della sua diocesi. Il testo veniva inviato a Roma accompagnato da una lettera dell’arcivescovo, che chiedeva lumi a proposito di eventuali permessi speciali accordati agli ebrei dalla Santa Sede, se essi fossero o meno in possesso del permesso di lettura «a meno che non fosse stato loro accordato in via di grazia speciale». L’editto si rivolgeva in particolare a coloro che avevano accesso alla lettura di libri proibiti, che Odescalchi riteneva spesso assai incauti:
alcuni di questi privilegiati non solo trascurano di custodire gelosamente i detti libri, ma li lasciano eziandio esposti ad arbitrio dei famigliari; ed inoltre sapendo che li danno in imprestito senza alcun riguardo, e che talvolta ne fanno lettura nelle conversazioni […] speriamo coopereranno con religioso zelo specialmente quelli, ai quali è affidata la educazione della gioventù […]Approfittino pure gli studiosi di quei più estesi e facili mezzi di apprendere, che ora piùcchemai Iddio loro offre, ma non ne abusino.
L’editto dell’arcivescovo Odescalchi giungeva a Roma poco dopo la promulgazione da parte di Leone XII del provvedimento del 18 agosto 1825, che interveniva proprio sulla circolazione dei periodici e dei libri, istituendo un consiglio di revisione incaricato di esprimere un voto su ogni manoscritto pervenuto, da sottoporre poi a un consiglio teologico. Un provvedimento che, al pari di altri coevi, si inseriva all’interno di una più ampia opera di moralizzazione e controllo della società che papa Della Genga aveva inteso porre in essere sin dall’inizio del suo pontificato, e che a partire dal 31 marzo 1824, con il famigerato regolamento che disciplinava l’accesso alle osterie (deriso peraltro anche da Giuseppe Gioacchino Belli nel sonetto nr.152), aveva reso papa Leone XII inviso al popolo romano.
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