Inquisizione e Inquisizioni tra mito e realtà. Alcuni aspetti del dibattito europeo all’ombra della Repubblica romana del 1849

Lungo siffatta via, di marzo e di aprile, avresti veduto affollarsi sdegnosamente la moltitudine, percorrere imprecando un ampio fabbricato, e poi silenziosamente diradarsi, combattuta nell’anima dal terrore e dall’ira. Che se di quando in quando levavasi un saluto, un evviva alla giovane repubblica, cento voci echeggiavano, imperocché quell’evviva a cuore romano significasse nel medesimo tempo maledizione al passato, benedetta speranza nell’avvenire, compendiasse i molti affetti che agitavano que’ popolani, alla vista del cadavere abbandonato dell’ Inquisizione.

 

Uno dei tanti manifesti apparsi sui muri di Roma nei giorni successivi alla proclamazione della Repubblica – il 9 febbraio 1849 – affermava come «la massima delle glorie del popolo romano, il più splendido dei vantaggi che il repubblicano reggimento abbia reso alla umanità per tanti secoli afflitta, languente e martirizzata, fu la soppressione del Sant’Uffizio».

Di fatto, il 22 febbraio di quell’anno il direttore generale di Polizia, Vittorio Pascoli, era stato chiamato a presiedere l’allontanamento dei cinque padri predicatori presenti in quel momento all’interno del palazzo del Sant’Ufficio.

Dopo un lungo lavoro di inventario, sia dell’edificio che delle carte d’archivio e dei beni librari in esso conservati, il 4 aprile si era deciso di aprire il palazzo al popolo, per renderlo consapevole di quello che era stato per secoli il simbolo dell’oscurantismo ecclesiastico e pontificio.

A margine di una tale attività, Nicola Roncalli poteva annotare nel suo diario, in data 6 aprile, come si fosse recato a visitare il palazzo dell’Inquisizione: «Osservai ossa umane in gran quantità, alcuni capelli ammassati fra la terra ed un trabocchetto, che sembrano sufficienti prove di una precedente barbarie».

Di contro lo storico francese, Alphonse Balleydier, nella sua Histoire de la Révolution de Rome poteva confutare una tale esagerata visione:

 

A cette époque, le peuple fut convié à un singulier spectacle disposé depuis un mois. On lui ouvrit les portes du palais de l’Inquisition, afin qu’il pût voir et toucher les preuves de la tyrannie des siècles passés… La mise en scène avait été préparée avec soin; un charnier voisin avait fourni les principaux décors; en effet, on voyait ça et là répandus sur le sol des ossements blanchis auprès des instruments de torture. Un squelette de femme, orné de magnifiques cheveux noirs, produisait surtout un effet prodigieux; cependant, pour peu qu’un connaisseur eût examiné cette fantasmagorie révolutionnaire, il aurait reconnu, à travers ces monceaux d’ossements humains, des fémurs, des humérus et des tibias de chiens dont le témoignage poudreux hurlait contre les cruautés des inquisiteurs.

 

Ciò che avvenne a Roma in quei primi mesi del 1849 fu certamente uno scontro politico fra una vecchia e una nuova organizzazione governativa. Ma fu anche il rinnovarsi dell’antica e sempre presente opposizione ideologica sull’Inquisizione. Ad essere coinvolte non furono solo due trincee contrapposte: quella di coloro che sostenevano ancora l’utilità e la necessità del potere inquisitoriale e quella dei fautori della libertà di coscienza del popolo, del liberalismo e della democrazia. In quegli anni, anche il mondo cattolico cominciava ad interrogarsi e dividersi in materia di revisione di alcuni atteggiamenti della Chiesa. Analizzando dunque questa lotta ideologica non possiamo fare a meno di notare come da un lato e dall’altro si guardasse a una istituzione con occhi troppo legati al suo passato e non al suo presente, spesso influenzati da una distorsione geopolitica di non poco conto: una distorsione mediata attraverso una costruzione in cui l’elemento storico si trovava intrecciato a un immaginario sedimentatosi nelle coscienze europee ed extraeuropee già durante i secoli di antico regime.

 

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