Nascita di un’orientalista: l’inverno in Egitto di Virginia Vacca De Bosis (1910-1911)

Al battesimo del Novecento la prospettiva di un viaggio di piacere o formativo al di là dei confini italiani non rientrava nell’orizzonte di larga parte delle giovani dei ceti medi e medio-alti. Come nel passato le italiane si spostavano soprattutto per necessità, percorrendo le vie dell’emigrazione transalpina o d’oltreoceano. Anche i paesi del Nord Africa conoscevano flussi di emigrazione temporanea femminile, sollecitati dalle occasioni di lavoro offerte dalle “colonie” italiane radicate specialmente in Egitto e in Tunisia. A percorrere il Mediterraneo, attraverso gli spazi di influenza coloniale francese e inglese o le frontiere dell’Impero ottomano, erano domestiche, balie, istitutrici, religiose. Il “grande viaggio” in Oriente o in Africa, sino alla “primigenia” colonia italiana d’Eritrea, era comunque in larga parte appannaggio delle donne e nobildonne maritate con professionisti, militari e diplomatici che si muovevano al seguito del coniuge. Alcune vantavano qualche forma di attivismo nel movimento per l’emancipazione delle donne, ma nell’agenda delle prime femministe l’ipotesi di un viaggio coincideva essenzialmente con uno dei tanti congressi internazionali femminili convocati nelle capitali europee. Il desiderio e soprattutto la possibilità di viaggiare per conoscere altri mondi, sull’esempio di alcune note viaggiatrici europee, non erano affatto comuni e le attiviste femministe – come la maggioranza delle giovani italiane – viaggiavano soprattutto con la mente, leggendo articoli, resoconti, interviste e novelle sulle riviste femminili e illustrate. Il racconto delle Altre non occidentali, in particolare delle “schiave orientali”, aveva corroborato la nuova consapevolezza femminile dell’ineludibile concorso delle donne al progresso nazionale. Sino alla conquista della Libia nel 1911-1912, tuttavia, lo spazio e la funzione imperiali dell’Italia erano stati troppo ridotti per costituire un’effettiva opportunità per le italiane di ridefinire i confini di genere compartecipando più o meno consapevolmente al potere coloniale. La visione orientalista femminista avvalorava la narrazione occidentale di una scala ascendente di civiltà nella quale però la collocazione e relativa missione dell’Italia – e delle italiane – erano tutt’altro che scontate. L’orientalismo femminista perse la sua innocenza proprio al cospetto della guerra d’aggressione coloniale alla Libia. In quello stesso tornante storico la giovane Virginia De Bosis intraprendeva il viaggio in Egitto che l’avrebbe resa una delle più accreditate orientaliste del Novecento italiano.

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