Note su un’esperienza di scrittura del carcere: Cattività e Ariaferma

Note su un’esperienza di scrittura del carcere: Cattività e Ariaferma

Abstract:

Il carcere genera scritture. Le lettere che i detenuti scrivono e ricevono sono uno degli ultimi residui di scrittura a mano tra persone, di racconto del “come va” organizzato in un componimento che ha un inizio e una fine. Genera così anche finzioni il carcere. I detenuti, che versano in condizioni materiali pessime (sovraffollamento, fatiscenza e inadeguatezza delle strutture, poca o nessuna considerazione per i bisogni primari, privazione della libertà etc.), spesso scrivono lettere rassicuranti ai loro parenti e amici, e spesso vogliono ricevere lettere che raccontino di una vita quotidiana che continua nella sua semplicità monotona. Lo dice anche Margherita alla fine del mio documentario Cattività. Lei, detenuta che alla fine del film esce di prigione, si preoccupa di scrivere alle sue compagne della vita che sta conducendo fuori. Dice: «quando passa la guardia con le lettere e non senti chiamare il tuo cognome, ti assale una tristezza… ti manca qualcosa… quel piccolo conforto di ricevere una lettera è importantissimo per chi sta in carcere». Ma c’è anche un’altra scrittura che genera il carcere, vessatoria, che mostra con tragica evidenza l’eccesso di regole e di arbitri. Per ogni cosa da fare o da non fare c’è un modello da riempire, una “domandina” si chiama, e si deve attendere una risposta. Spesso le ragioni di un diniego non sono chiare e non si può protestare all’arbitrio.

La prima immagine che ho di una cella risale a quando ero bambino, il televisore in bianco e nero a casa di mia nonna mostra Edmond Dantès che gratta dal muro un cucchiaino di polvere alla volta per scappare dal carcere nel Conte di Montecristo televisivo.

Queste note disordinate, un po’ ricordi, un po’ riflessioni, cercano di rendere conto della mia esperienza di racconto del e dal carcere. Per qualche anno, dal 2018, ho frequentato le carceri italiane per fare un documentario e per scrivere un film per il cinema.

Il documentario, Cattività, di cui ho fatto la regia e che ho scritto con Luca Mosso e Mimmo Sorrentino era finito a marzo 2020 ed è stato poco visto a causa della pandemia. Ariaferma per la regia di Leonardo Di Costanzo che ho scritto con Valia Santella e lo stesso Leonardo Di Costanzo è invece uscito in molte sale italiane nell’ottobre 2021 dopo un passaggio al Festival di Venezia fuori concorso in settembre.

La frammentarietà e il disordine di queste note mi sembrano anche necessarie: «Il disordine di un libro – scrive Chandra Candiani – lascia intravedere il suo sottotesto: niente da dimostrare, eccomi solo qui. Un libro disordinato è un invito alla sovversione».

Edoardo Albinati é autore del libro sul carcere scritto da un non detenuto tra i più interessanti mai usciti in Italia, Maggio Selvaggio è un libro frammentario e lui, da maestro della scrittura qual è, sa spiegarne molto bene la ratio: «Il diario carcerario è infatti una valvola attraverso cui una grande quantità di storie, sensazioni, riflessioni, di feroce umorismo e violenza, può essere rilasciata pagina dopo pagina, nell’ordine casuale quanto implacabile che è stato fornito dallo scorrimento del tempo: cioè dall’elemento che costituisce il senso stesso della reclusione ma proprio per questo vi si sottrae, restando inspiegabile».

C’è stata una prima volta. La prima volta che sono entrato in carcere andavo a filmare le donne detenute nel reparto di alta sicurezza del carcere di Vigevano per il mio documentario Cattività. Non mi ero accorto che in più di quaranta anni di vita non ero mai entrato in un carcere. Me ne accorgo per il sentimento che provo, un’inquietudine ingiustificata. Non so come uscire. Non so se uscirò. Come non ero mai entrato non ero mai uscito da un carcere e per tutto il tempo che passo tra le alte mura, i corridoi, il teatro del carcere, quel giorno mi sento colpevole di una colpa che non riesco a definire ma che si presenta in me come trasferita dal luogo, dalla condizione di isolato dall’esterno. Ho lasciato il telefono, il documento, le chiavi e insieme a queste cose mi sento privato dell’identità. È tutto irrazionale, ovviamente, ma non meno reale. Se decidessero di non farmi uscire a chi potrei appellarmi? Come potrei dire di essere lì per sbaglio: non dicono tutti la stessa cosa? Questa sensazione non mi è mai più tornata una volta che sono uscito la prima volta dal carcere puntuale, quando ho voluto, quando ho dovuto, senza incidenti. Una volta ritornato in possesso dei miei documenti, del telefono, delle chiavi, però, c’è qualcosa che non è tornato come prima.

Oliviero_Note_su_un_esperienza_di_scrittura_del_carcere-1

Autore