Rivoluzione, Risorgimento, Cinema: Allonsanfàn (1974) dei fratelli Taviani

Rivoluzione, Risorgimento, Cinema: Allonsanfàn (1974) dei fratelli Taviani

Tra il novembre 2010 e l’aprile 2011 si è svolta a Napoli una lunga rassegna articolata in diciotto giornate intitolata Visioni e revisioni del Risorgimento nel Cinema italiano (1905-2010), curata da chi scrive e da Marcella Marmo. I film sono stati scelti in base al loro valore come occasione di riflessione sul Risorgimento e sul cinema a soggetto storico. Si è trattato, quindi, di una piccola ma significativa selezione dei più di cento film di ambientazione risorgimentale prodotti in Italia. Si andava dai primi corti d’inizio Novecento, della durata di pochi minuti e dai toni celebrativi filosabaudi, ai due capolavori di Visconti – Senso e Il gattopardo –, che consentono feconde analisi interdisciplinari tra storia, arte e letteratura; ai grandi affreschi sulla spedizione dei Mille dipinti da Blasetti (1934) in 1860, con la famosa scena finale dei reduci garibaldini che abbracciano le camicie nere in un ideale passaggio di consegne – epurata dal nuovo montaggio del 1951 – e da Rossellini con Viva L’Italia (1961), film “ufficiale” del Centenario dell’Unità. Troviamo poi opere che hanno indagato sulle radici del Risorgimento in età rivoluzionaria e napoleonica, in nome di una precisa scelta storiografica: il raffinato Il resto di niente (2004) di Antonietta De Lillo, basato sul romanzo di Enzo Striano con una straordinaria Maria De Medeiros nelle vesti della connazionale Eleonora Fonseca Pimentel; e Fuoco su di me (2006), di Lamberto Lambertini, che ci conduce nell’epoca del Regno di Napoli murattiano. Tre pellicole degli anni settanta hanno dato spazio alle letture critiche del Risorgimento come rivoluzione sociale tradita da parte della cultura di sinistra di formazione gramsciana: Allonsanfàn (1974), di Paolo e Vittorio Taviani; Quant’è bello lo murire acciso (1976), di Ennio Lorenzini, su Carlo Pisacane; Bronte (1972), di Florestano Vancini, film su una delle pagine più controverse della spedizione dei Mille, in cui con la repressione guidata da Nino Bixio si consumò, secondo alcuni, la perdita dell’innocenza dell’epopea garibaldina. Un altro nodo tematico della rassegna ha riguardato la complessa questione del brigantaggio postunitario nel Mezzogiorno, affrontato attraverso Il brigante di Tacca di Lupo (1952) di Pietro Germi, e Li chiamarono…briganti (1999) di Pasquale Squitieri. Ha chiuso la rassegna la proiezione, con tavola rotonda, del monumentale Noi credevamo (2010) di Mario Martone, film di grande impatto emotivo, frutto di anni di lavoro sulla sceneggiatura da parte del regista, e del giudice romanziere Giancarlo De Cataldo, tessuta a partire da memorie, giornali, fonti iconografiche, con acribia filologica anche nella stratificazione linguistica dei personaggi messi in scena, a volte reali e celebri (Mazzini, Crispi, Cristina di Belgioioso), in altri casi noti solo agli storici oppure tratti dall’omonimo romanzo di Anna Banti o comunque di immaginazione. Siamo di fronte a un Risorgimento visto dalla parte di chi aveva creduto di poter costruire un’Italia che non fosse solo uno Stato unitario e indipendente ma anche una repubblica e una democrazia, al cui centro stanno le vicende di tre patrioti meridionali, seguiti dalle speranze della giovinezza alle delusioni, e alle tragedie personali, della maturità. Il Risorgimento come moto di giovani, quindi, un dato generazionale che è stato bene messo in luce dalla storiografia recente e di cui gli stessi contemporanei percepirono l’importanza. Giovani e Sud, parole che evocano ancora oggi aspirazioni frustrate, fragilità della nostra identità nazionale, nodi da sciogliere ma che prima dovrebbero essere compresi analizzando la lunga durata delle loro origini.

Allosanfan, locandina
Allosanfan, locandina