Vincenzo Esposito intervista Paolo Taviani

Prima d’iniziare il nostro dialogo, che verterà anche sul film Allonsanfàn ma non solo su questo, mi sembra d’obbligo tracciare brevemente il percorso artistico dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, la cui filmografia è stata oggetto di studi importanti. Come molti altri giovani registi e cineasti italiani che hanno esordito nei primi anni Sessanta i fratelli Taviani escono dalla scuola del documentario, come Ermanno Olmi, Florestano Vancini, come prima di loro Michelangelo Antonioni. È un periodo di apprendistato importante che va dal ’54 al ’61 circa, un periodo durante il quale producono una decina di documentari; ricordiamo San Miniato luglio ’44 o L’Italia non è un paese povero, girato con il maestro olandese Joris Ivens, uno dei padri del cinema-documentario insieme a Robert J. Flaherty, uno dei due o tre grandi documentaristi che hanno in pratica inventato il linguaggio del documentario.

In realtà sarà proprio l’incontro con Joris Ivens a far capire a Paolo e Vittorio che i metodi e gli strumenti d’interrogazione della realtà richiesti dal linguaggio del documentario probabilmente erano distanti dai loro interessi, o semplicemente dalle loro inclinazioni, per cui successivamente si giunge nel biennio 1962-63 ai primi film lungometraggi a soggetto, che i fratelli Taviani dirigono insieme a un amico di vecchia data, Valentino Orsini, che era stato con loro animatore del Cineclub di Pisa ma anche collaboratore alla regia dei cortometraggi.

Un uomo da bruciare (1962) e I fuorilegge del matrimonio (1963, cinque episodi e un prologo) sono i primi due lungometraggi. Un uomo da bruciare in particolare, va anche alla Mostra Cinematografica di Venezia, in una edizione particolarmente felice della Mostra: quell’anno, infatti, insieme all’esordio dei Taviani vi fu quello di Bernardo Bertolucci, la proiezione di Mamma Roma di Pasolini, Valerio Zurlini che vinse insieme ad Andrej Tarkovskij; insomma, fu una di quelle edizioni di Venezia che vorremmo tanto rivedere ancora.

Un uomo da bruciare è un film sulla figura storica di un sindacalista siciliano, Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia nel 1955, mentre I fuorilegge del matrimonio è un film che in qualche modo nasce e mette in scena le conseguenze dovute al primo tentativo d’introduzione nella legislazione italiana del divorzio, o sarebbe meglio dire del “piccolo divorzio” come veniva chiamato all’epoca perché appunto era una legge solo moderatamente “divorzista”, che poneva un sacco di limitazioni e paletti.

Allosanfan, locandina
Allosanfan, locandina