Palazzi di Roma – Le sue ville e le altre architetture civili: Il palazzo della Sapienza

Dell’antico locale che, negli anni Quaranta del XVII secolo, l’avvocato concistoriale Carlo Cartari aveva voluto adibire ad archivio degli atti del collegio legale di cui faceva parte si era da tempo persa memoria. Paradossale contingenza, se si pensa che il complesso che allora ospitava lo Studium urbis – ovvero l’università più importante della capitale dello Stato ecclesiastico, la cui direzione era stata affidata da Sisto V appunto al collegio degli avvocati concistoriali – venne radicalmente trasformato, all’inizio del Novecento, per divenire la sede dell’Archivio di Stato di Roma, uno dei più importanti istituti per la conservazione della memoria documentaria nazionale. Nel 1643 la cura dell’archivio degli atti degli avvocati concistoriali era stata assegnata appunto a Carlo Cartari, il quale aveva deciso di radunare «in un luogo sicuro tutti gli incartamenti giacenti presso l’abitazione di Ottavio Biscioni, allora segretario dello Studio» e aveva proposto che fosse realizzato un «archivio abilitato alla conservazione degli atti, opportunamente allocato in un ambiente all’interno dell’edificio dello Studium». Nello stesso anno in cui iniziavano i lavori di realizzazione della chiesa intitolata a S. Ivo, in una stanza ricavata proprio da «uno de’ suoi angoli», veniva così istituito l’archivio degli avvocati concistoriali che assolse alla sua funzione almeno fino al 1872. Gli spostamenti del materiale documentario e la successiva e drastica trasformazione del complesso universitario decretarono il rapido ed inevitabile slittamento nell’oblio della esatta ubicazione di quella stanza, almeno fin quando, recentemente, una puntuale e approfondita ricerca condotta sulla documentazione seicentesca, non è giunta a restituirne le chiavi, in una singolare incarnazione: quella di ricevuta di pagamento per il lavoro di un artigiano scalpellino. La ricerca in questione è quella condotta da Antonella Pampalone – storica dell’arte e funzionaria dell’Archivio di Stato di Roma – che, lavorando al suo volume dedicato a Il palazzo della Sapienza, ha rinvenuto, e opportunamente contestualizzato, la ricevuta del pagamento effettuato allo scalpellino Ambrogio Frangiotti, relativo alla realizzazione di sei gradini in pietra che gli erano stati commissionatigli nel 1666 da Francesco Borromini per quella «stanza del Archivio che sale al coro sopra la porta principale della chiesa». Come sottolinea Pampalone, la «costruzione della chiesa di Sant’Ivo, avviata proprio in quell’anno, forniva l’occasione propizia per arrangiare» una stanza da adibire allo scopo. Si trattava di un locale di forma esagonale che, sulla piantina della chiesa, occupava una nicchia angolare, accanto al coro, all’interno del quale erano stati collocati «sei armadi con dodici sportelli, ciascuno dei quali contrassegnati dagli stemmi degli avvocati concistoriali allora attivi». Naturalmente la posizione fisica del piccolo locale rimase immutata mentre assai variegato fu il suo utilizzo nel corso degli anni. Oggi è sfruttato dal personale dell’istituto come anonimo – fatto salvo il meraviglioso soffitto affrescato con i tenui colori pastello di grottesche novecentesche – deposito per vario materiale d’ufficio e come locale di disimpegno per i quotidiani spostamenti interni, indubbiamente resi non troppo agevoli proprio da quei sei gradini di pietra che salgono verso il coro di una delle più belle chiese barocche di Roma. E, sebbene con ogni probabilità non cambierà la sua destinazione d’uso, la condizione di anonimato in cui versava è stata definitivamente annullata dal rinvenimento di quella ricevuta, sfuggita ai numerosi studiosi che su quella documentazione si sono avvicendati.

Una scoperta certamente casuale ma nata dalla dichiarata volontà di condurre uno studio che affiancasse all’analisi di documentazione inedita, un’accurata verifica anche delle fonti già edite e dell’amplia bibliografia esistente, al fine di realizzare una monografia sull’antica sede dell’Università romana che fosse quanto più possibile esaustiva e completa. Un obiettivo, questo, che risulta perfettamente centrato da Antonella Pampalone che ne segue le vicende istituzionali e architettoniche fin dalle origini trecentesche – avvolte, come è noto, dalla fitta nebbia della perdita completa della documentazione coeva – e arriva fino ai giorni odierni, passando attraverso la drastica trasformazione dei suoi locali avvenuta nel 1936, quando, in seguito all’inaugurazione della nuova Città Universitaria progettata da Carlo Piacentini nell’area del Castro Pretorio, l’antico ateneo divenne la sede dell’Archivio di Stato di Roma.

Il volume di Antonella Pampalone ha una duplice anima che implica un altrettanto duplice livello di lettura: da una parte si tratta di un’opera godibile per il pubblico più ampio dei cosiddetti “non addetti ai lavori” che si confrontano con un linguaggio fresco e non accademico, con box esplicativi chiari ed esaustivi, con un ricco repertorio fotografico – che offre spesso dettagli altrimenti non visibili – e, non ultimo, con un prezzo contenuto, se rapportato alla qualità del supporto cartaceo scelto per la pubblicazione; dall’altra, si tratta di un saggio rivolto al pubblico degli specialisti, che si propone di stimolare il dibattito storiografico palesando nuovi sentieri archivistici da intraprendere ed esplorare.

Al primo livello di lettura è ascrivibile il motivo ispiratore del volume e della stessa collana all’interno della quale esso è inserito.

Chiunque si sia trovato a visitare il complesso di S. Ivo alla Sapienza, compreso chi frequenti – anche con assiduità – la sala di studio dell’Archivio di Stato, dovrà necessariamente ammettere di essersi soffermato ad ammirare la bellezza armonica della facciata e della cupola borrominiane tanto spesso quanto raramente di aver apprezzato le meraviglie dell’architettura civile all’interno della quale la chiesa venne incastonata alla metà del XVIII secolo.

La volontà di rivalutare l’architettura civile della Roma moderna e contemporanea, spesso posta in secondo piano rispetto al patrimonio artistico e architettonico sacro, è appunto alla base della nascita della nuova collana divulgativa intitolata I Palazzi di Roma, le sue ville e le altre architetture civili, edita da Iride per il Terzo Millennio, in edicola – a partire dallo scorso luglio – con cadenza bimestrale e inaugurata proprio dalla monografia di Antonella Pampalone.

Il sommario della collana prevede, nella prima tornata di uscite, altre quattro monografie incentrate rispettivamente su Il Palazzo della Corte Costituzionale, I Palazzi della Camera dei Deputati, I Palazzi del Senato della Repubblica, I Palazzi del Quirinale. Più che una serie di itinerari slegati uno dall’altro, la collana va letta complessivamente, come un unico percorso, inizialmente focalizzato sulle sedi delle più importanti istituzioni nazionali. Si tratta, di fatto, di un prodotto editoriale innovativo, che combina insieme elementi desunti dall’impostazione della rivista Roma sacra, con spunti forniti dallo schema dalle sempre gloriose Guide rionali di Roma.

La formula entro la quale tutte le uscite della nuova rivista di Iride per il Terzo Millennio si muoveranno è, nelle intenzioni dell’editore, quella tracciata dal volume di Antonella Pampalone e prevede un triplice piano d’indagine che esamini in senso diacronico il tessuto urbano su cui i vari complessi insistono, che dia un puntuale resoconto delle vicende realizzative e fornisca la relativa analisi artistica e architettonica e, infine, una terza parte che incentri l’attenzione sulla storia delle istituzioni che in quelle sedi trovano, o hanno trovato, ospitalità.

L’idea di intraprendere questo affascinante ed inedito viaggio all’interno di una Roma ancora poco conosciuta partendo proprio dalla sede dello Studium urbis assume ovviamente una forte connotazione simbolica che, d’altra parte, viene ammessa in maniera esplicita anche dall’editore, nella nota di presentazione al volume Il palazzo della Sapienza.

Attraverso il lavoro di Antonella Pampalone – che è autrice di ogni scritto, perfino delle didascalie delle immagini, e responsabile della scelta di queste ultime – il palazzo della Sapienza si palesa come uno scrigno ricco, raccontato, in ogni minimo particolare del suo prezioso contenuto, con dovizia di descrizioni ma con un’attenzione sempre rivolta alla divulgazione. Un esempio su tutti potrebbe essere l’ampio spazio dedicato alla Biblioteca Alessandrina, la cui realizzazione venne iniziata nel 1659 e che prese il nome da papa Alessandro VII che ne avallò entusiasticamente il progetto. Vengono descritte le varie fasi attraverso le quali si giunse al completamento della sala e ogni elemento che ne componeva (e, per la gran parte, compone ancora oggi) l’arredo: il busto realizzato in onore del pontefice, la volta, le scansie che Borromini «ubbidendo ad una concezione geometrica ternaria, già individuata nella pianta della chiesa», progettò come «un sistema di scaffalature coordinate alla suddivisione dello spazio interno in tre campate».

Di esempi simili è disseminata l’intera monografia. Lungo tutto il volume, infatti, l’autrice, anche in virtù di una grande e non comune capacità affabulatoria, prende per mano il lettore e lo conduce in un viaggio punteggiato di dettagli ed aneddoti, invitandolo ad alzare lo sguardo verso le volte affrescate, i particolari delle arcate del cortile interno, le logge, e gli «occhi» all’interno dei quali sono inseriti gli emblemi dei pontefici committenti, «collocati in relazione con le parti fatte da loro fabbricare». La splendida chiesa di S. Ivo aleggia su tutte le pagine, come una presenza costante e costantemente rievocata e citata ma, per una volta, in secondo piano, rispetto ad un diverso protagonista.

Come detto, il volume offre importanti elementi di novità anche per il pubblico degli studiosi. Tra i meriti scientifici, va sicuramente citato l’aggiornamento della bibliografia di riferimento che consente di classificare il volume tra le opere che costituiranno un fondamentale punto di partenza per le future ricerche sul tema. In questa prospettiva si inserisce anche la centralità assegnata alla storia delle due istituzioni – Università prima e Archivio di Stato poi – che si sono avvicendate all’interno del palazzo nel corso dei secoli: in particolare, Pampalone tiene conto delle fondamentali indicazioni fornite dagli studi di Giuliana Adorni che hanno contribuito a superare l’approccio alla storia istituzionale dell’ateneo di Giuseppe Carafa e Filippo Maria Renazzi (entrambi docenti dell’Archiginnasio nel XVII secolo). Anche la storia della didattica trova ampio spazio tra queste pagine: un intero paragrafo è infatti dedicato alle materie d’insegnamento, fra le quali era possibile annoverare – oltre alle materie giuridiche, alle varie discipline retoriche e scientifiche – anche lo studio delle lingue orientali che, nell’ottica controriformistica della «propaganda cattolica», erano funzionali «alle necessità logistiche di divulgare la cultura cristiana presso le popolazioni da convertire […] e venivano praticate nelle strutture nate a questo scopo, a cominciare dal Collegio dei Neofiti».

La storia dell’ateneo viene inoltre efficacemente posta in diretto dialogo con l’articolata realtà composta da vari studia, accademie, biblioteche e collegi che completavano l’offerta di istruzione superiore della città di Roma in antico regime. Il complesso andava infatti ad insistere su una zona che, già nel XV secolo, era identificabile come «un articolato sistema di centri culturali anche tra loro differentemente caratterizzati» (per usare le parole di Vittorio Franchetti Pardo), tra i quali vanno senz’altro ricordati almeno la Biblioteca Apostolica Vaticana, il complesso degli agostiniani, quello domenicano di S. Maria sopra Minerva, il collegio Capranica (1456) e il collegio Nardini. All’interno di questo sistema, però, allo Studium urbis va giustamente tributato un «ruolo moltiplicatore» che diede grande impulso anche allo sviluppo di tante attività legate «alla vita e all’attività universitaria», non ultime quelle commerciali (librerie, stamperie, ecc.), le cui tracce si rinvengono ancora oggi nella toponomastica delle zone limitrofe e nella presenza di attività commerciali analoghe.

Il pregio principale della monografia risiede comunque nell’approfondimento della ricerca archivistica che ha permesso all’autrice di aprire nuovi filoni d’indagine, per l’approfondimento dei quali si rimanda ad altre sue pubblicazioni di taglio più accademico, appena uscite o di prossima pubblicazione.

Uno dei passaggi più interessanti e originali – nonché notevole punto di contatto tra piano scientifico e divulgativo – rimane indubbiamente quello compreso nel paragrafo dedicato alla «chiave di lettura per un itinerario di visita secondo la cultura del Seicento», con l’analisi della simbologia numerica che sovrintende l’intero complesso e che «si basa fondamentalmente sul tre (e i suoi multipli) e sul sette, due numeri sapienziali adottati in chiave strutturale e decorativa». Pampalone si diverte qui ad individuare i richiami al tre, al sette e anche al dodici disseminati in ogni dettaglio del complesso: dalle volte, al cortile, dalle arcate, al prospetto esterno, il lettore è coinvolto in un gioco intellettuale divertente e sofisticato che risulta ben difficile da interrompere una volta intrapreso.

Il palazzo della Sapienza è dunque un’opera di alta divulgazione che svolge mirabilmente una sua funzione peculiare anche in ambito specialistico.

Un’ottima ouverture per una collana che sembra avere tutte le carte in regola per riuscire a porre sotto una nuova luce la storia dell’intero tessuto urbano romano.