“Ragazzi squillo”, “Ballerini” e “Battoni”. La prostituzione maschile nell’Italia post-Merlin

Nel 1962 una band milanese – i Peos – lanciò un 45 giri. Il brano inciso sul lato B del loro disco era intitolato Balletti Verdi. Il testo della canzone, dall’accattivante ritmo surf, suonava così:

 

Du du du du du du da / senza donne non si sa / du du du du du du do / senza donne non ci sto / ma ci sono dei tipi che / senza donne stan perché / si divertono di più quando ballano in tutù / Balletti di verde dipinti / ti fanno dei tipi convinti / che star con le donne è peccato / che rischi di esser traviato / Balletti dipinti di verde / chi non li conosce ci perde / perché lì fra i molti invitati / ci sono tanti nomi quotati / che cercano svago nel piacere / invece di andarsene al mare / e stanno con dei poveri Cristi / che fanno le cose più tristi / Balletti di verde dipinti / convegni di tipi distinti / stilè raffinati robusti / che solo per caso sono fusti / Ma se questo fatto dilaga / se un giorno diventa una moda / saranno le belle bambine / che ci perderanno alla fine / Perché i loro corteggiatori / vorran solo commendatori / e i sarti per non far la fame / dovranno cucire sottane / Balletti di verde dipinti / convegni di tipi distinti / stilè raffinati robusti / che solo per caso son fusti / che solo per caso son fusti.

 

In questa canzone i Peos non nascondevano il loro biasimo nei confronti di quanti cedevano alle avances degli omosessuali. I membri della band, prendendo le distanze da tale “perversione”, sottolineavano come per loro fosse impossibile stare lontano dalle donne. L’omosessualità, cantavano i Peos, era un fenomeno in crescita che minacciava la mascolinità di molti giovani i quali, nonostante fossero «fusti», erano pronti a ballare «in tutù» per ottenere dai «commendatori» di turno qualcosa in cambio. Ma da dove nasceva questa canzone? Il titolo e il testo si ispiravano a un recente fatto di cronaca. Nell’ottobre 1960 la stampa italiana iniziò a parlare di un’inchiesta riguardante l’organizzazione nel bresciano di “festini” a sfondo omosessuale dove, secondo i giornalisti, molti minori erano stati indotti alla prostituzione da adulti compiacenti. Nel giro di qualche settimana lo scandalo da locale divenne nazionale. «Paese Sera» spiegò che tali feste non erano «episodi circoscritti alla sola Brescia e provincia». A parere del quotidiano si era infatti davanti alla «più vasta organizzazione-squillo per omosessuali finora scoperta in Italia». La stampa iniziò a parlare di questa vicenda come lo «scandalo dei balletti verdi». La parola “balletto” veniva utilizzata come metafora per indicare la natura sessuale di tale caso, mentre l’aggettivo verde veniva impiegato non solo per indicare la giovane età dei ragazzi coinvolti nella vicenda, ma anche per sottolineare la natura omosessuale dello scandalo. Il colore verde, infatti, veniva spesso associato all’omosessualità, richiamo forse a un vezzo di Oscar Wilde il quale era solito indossare un garofano verde sul bavero della giacca.

Ragazzi-Squillo-Prostituzione
Lo Specchio, Il dossier dei “balletti verdi”

Anche se l’omosessualità in Italia era stata oggetto di analisi, riflessione e condanna già prima dei “balletti verdi”, ciò che avvenne a Brescia causò un notevole scalpore. Il fatto che lo scandalo fosse scoppiato non in una grande città, bensì in una realtà provinciale profondamente cattolica, rese la vicenda ancora più accattivante. I “balletti” vennero visti come un chiaro segnale di come l’omosessualità si stesse pericolosamente diffondendo persino in comunità considerate immuni da tali “pratiche”. Secondo il periodico «Detective-Cronaca» lo scandalo di Brescia rivelava quanto l’«infezione» omosessuale fosse endemica e diffusa in tutte le classi sociali. I “balletti” dimostravano, a parere del giornalista Paolo Cattaneo, come in Italia esistesse una «“interclasse” del vizio» che stava mettendo in enorme pericolo le giovani generazioni.

Questo saggio, attraverso l’analisi di articoli di giornale e fonti archivistiche, mira ad esaminare tre casi di cronaca che conquistarono le prime pagine dei giornali nel 1960: il caso di Konstantin Feile, i “balletti verdi” e l’assassinio dell’americano Norman Donges. Questi tre eventi, tutti legati al mondo della prostituzione maschile, avvennero nel periodo di tempo intercorso tra la presentazione di due proposte di legge atte alla modifica e integrazione della legge Merlin: la proposta del 1959 (presentata dai deputati Giuseppe Gonella, Clemente Manco, Alfredo Cucco, Giuseppe Calabrò e Raffaele Delfino) e la proposta del 1961 (a firma dei ministri Mario Scelba, Guido Gonella e Camillo Giardina). In questo saggio si vuole evidenziare come lo scoppio mediatico dei casi Feile, “balletti verdi” e Donges debba essere ricondotto alla crescente attenzione nei confronti dell’omosessualità scaturita dalla chiusura delle case di tolleranza. La deregolamentazione della prostituzione venne, infatti, additata tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta come uno dei fattori determinanti nella presunta crescita del numero di omosessuali in Italia.

Ragazzi-Squillo-Prostituzione
Lo Specchio, “I battoni”

È essenziale tenere in considerazione come agli inizi degli anni Sessanta le spinte neo-regolamentiste e le politiche anti-omosessuali fossero interconnesse. Alcuni dei parlamentari proponenti la revisione della Merlin nel 1959 ritornarono alla carica l’anno seguente chiedendo – senza successo – la criminalizzazione dell’omosessualità. Inoltre nel 1961 una seconda – fallimentare – proposta di legge atta a rendere gli omosessuali penalmente perseguibili venne presentata pochi mesi dopo l’iniziativa di Scelba, Gonella e Giardina. Omosessualità, prostituzione maschile e prostituzione femminile devono essere presi in considerazione come tre fenomeni strettamente correlati fra loro. Detrattori della Merlin e omofobi si presentarono come difensori della gioventù e come garanti della mascolinità dei cittadini italiani. “Ragazzi squillo”, “ballerini” di Brescia e “battoni” vennero descritti dai giornali come “prodotti” della legge Merlin. La battaglia morale e politica contro l’omosessualità portata avanti da un pugno di parlamentari e da giornali rappresentanti i più diversi schieramenti politico-ideologici fu tutt’altro che proficua. La legislazione italiana rimase invariata e l’omosessualità, pur se socialmente censurata, non venne criminalizzata. L’esplosione discorsiva scaturita da questi scandali non fece altro che rendere l’omosessualità sempre più nota, sempre più comprensibile e forse, per alcuni, sempre più invitante.

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