Sane ed innocue edizioni. La censura come ri-scrittura della storia nella documentazione ottocentesca della Congregazione dell’Indice
The Congregation of the Index, an organ of the Holy See responsible for the control and prohibition of texts containing elements contrary to the teaching of the Church, condemns during the 19th century – the “century of history”, according to the definition made famous by Benedetto Croce – numerous historiographical works. In some cases, the pontifical censorship collaborates with publishers and authors to correct some historical texts previously placed on the Index. Analyzing these cases, the paper highlights how the corrective intervention of the censors is a full-fledged act of historical rewriting. If, in fact, the writing of history (historiography) is essentially its interpretation, by modifying the interpretation of the authors, the censors, in some way, rise to new authors of the historiographical works on which they intervene, rewriting the history according to their own point of view – which is that of the institution to which they belong, the Church. This operation constitutes a privileged point of view for exploring the culture and mentality of the censors – and of a considerable part of the Catholic world they represent –, marked by an apocalyptic vision of history (as a set of human events or res gestae) and by a consideration of history (as a discipline that studies, recounts and interprets such events or historia rerum gestarum) as a theological-apologetic tool placed at the service of the triumph of the Church over its adversaries.
Insomma si è voluto far sì che possa questa Storia andare nelle famiglie e nei Collegi e per le mani di chiunque senza averne scandalo di sorta; si è voluto diffondendo un’edizione sana ed innocua impedire a molti la lettura delle edizioni intiere. Per quanto però io creda scrupolosa questa mia correzione, graditissime nondimeno mi saranno quelle altre che i revisori crederanno opportune, perché essendo mio intento, più che non speculazione libraria, fare un’opera buona, primo requisito io reputo e reputerò sempre la dovuta sottomissione al giudizio della Chiesa.
È il 4 novembre 1863, quando l’editore torinese Pietro Marietti, al pari del padre Giacinto che nel 1820 aveva fondato la celebre casa editrice – devoto cattolico, scrive a Roma per sincerarsi della disponibilità della Congregazione dell’Indice, organo della Santa Sede preposto al controllo e alla repressione delle opere contrarie alla dottrina e al sentimento cattolici, a valutare una correzione, realizzata dietro sua iniziativa, della Storia d’Italia dal 1789 al 1814 di Carlo Botta. Il testo era stato inserito nell’Indice dei libri proibiti dallo stesso dicastero, per lo stile critico e poco riguardoso con cui, in alcuni passaggi, apostrofava la Chiesa e la Santa Sede, il 26 marzo 1825, con la clausola donec corrigatur, espediente attraverso il quale la costituzione Sollicita ac provida di Benedetto XIV (1753), che regolava le procedure censorie romane, ratificando un’antica consuetudine, consentiva di dichiarare interdette alla lettura dei fedeli le opere di autori cattolici «integrae famae et clari nominis», fintantoché non fossero state corrette. L’implicita dichiarazione di emendabilità dell’opera e, probabilmente, ancor più, la consapevolezza del credito del quale gode presso la Santa Sede, incoraggiano dunque l’editore piemontese a tentare dove altri avevano fallito già due volte, facendone approntare una nuova edizione, che possa risultare “sana ed innocua” anche agli occhi di Roma. Nella stessa missiva, Marietti precisa i criteri generali di questa “scrupolosa” opera di bonifica del testo, che ne lascia già intravvedere il profondo rimaneggiamento:
Il piano della correzione (senza parlare né di stile né di lingua né di ortografia) è di eliminare le questioni teologiche, tagliar via senza riguardo o rettificare ciò che non è conforme a verità, ciò che può nuocere alla fama e al rispetto verso persone venerande e offendere in qualche maniera il sentimento religioso, per riguardo ancora alla gioventù, si è tolto via o emendato ciò che può insinuare idee false di malintese libertà politica e religiosa, o pecca di scurrilità, le lodi profuse a quelli che hanno osteggiato la Chiesa, sono scancellate: e lasciando storicamente qualche cosa delle innovazioni fatte da principi in materia ecclesiastica, si è proceduto in modo che ne risulti la disapprovazione.
Non v’è traccia, nella documentazione conservata presso l’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, della risposta romana alla richiesta dell’editore torinese. Evidentemente, però, i tagli e le rettifiche prospettate da Marietti devono aver stimolato l’interesse della Congregazione dell’Indice, giacché, pochi mesi più tardi (27 aprile 1864), è inviato a Roma un incartamento composto da 18 fogli manoscritti, contenente nel dettaglio la proposta di correzione dei volumi bottiani. Coerentemente con le premesse esposte dall’editore, l’anonimo correttore da lui incaricato ha messo in atto, applicando differenti strategie, un processo di riduzione/manipolazione del testo, teso a riplasmarne la fisionomia ideologica negli aspetti in qualche modo concernenti la Chiesa e il suo insegnamento. L’operazione censoria è condotta, in alcuni casi, come per – pressoché – impercettibili tocchi di bisturi: lievi espunzioni, aggiunte, modifiche o sostituzioni verbali, capaci di riconfigurare efficacemente il senso dei luoghi testuali su cui intervengono. Ciò si verifica, ad esempio, per un paio di passaggi relativi a insofferenze od opinioni popolari critiche nei confronti della Chiesa, che il correttore attenua e svilisce, facendole abilmente scivolare dal piano oggettivo, sul quale Botta le aveva collocate, a quello soggettivo del «sussurro», della «mormorazione» e della «capricciosa leggerezza». Analogamente, ma con procedimento inverso – questa volta, per sottrazione, anziché per addizione – mediante pochi, agili tagli, la convinta adesione, a dire di Botta, del cardinale di Napoli, Giuseppe Maria Capece Zurlo, ai principi rivoluzionari, nel contesto della Repubblica napoletana, viene riconvertita in un’azione pastorale prestata in ossequio alla tradizionale dottrina cattolica della sottomissione dovuta alle autorità costituite.
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