Ai confini del mondo: la presenza islamica nell’Oceano Atlantico tra tardo medioevo e prima età moderna

  1. Un problema di storia globale

Per molto tempo l’Atlantico ha rappresentato per gli storici uno spazio e una prospettiva di grandi proporzioni su cui misurare un gran numero di fenomeni differenti: dai commerci oceanici, alla tratta degli schiavi, sino all’eredità coloniale e “medievale” in America Latina. Ma a lungo tale spazio e tale prospettiva hanno avuto come punto focale soprattutto l’Europa e alcuni specifici spazi Americani. In altre parole la storia atlantica ha rappresentato solo una prospettiva allargata delle dinamiche europee. Da un paio di decenni, però, si sta percependo che è possibile invece usare la prospettiva atlantica per cambiare sguardo: in primo luogo decentralizzare l’Europa e prestare attenzione alle regioni non europee; in secondo luogo analizzare le dinamiche attraverso cui culture differenti entrarono in relazione, riscrivendo la propria storia proprio a partire dallo spazio atlantico comune che le vedeva protagoniste. Credo che proprio in questo senso sia lecito e importante parlare di storia Atlantica come storia globale. Perché la storia globale, al suo meglio, non è il mero allargamento di prospettiva geografica, ma un consapevole decentramento delle narrazioni, che faccia allontanare lo storico dalle capitali politiche per cogliere la vita così come si sviluppò ai margini. Ed è ai margini dell’Atlantico, nei porti africani, come nelle baie sudamericane, che il commercio e gli scambi ebbero un ruolo fondamentale nel definire nuove culture e nuove identità collettive. Collocare in tale quadro anche uomini e donne provenienti dal mondo musulmano è un modo per accrescere la complessità del quadro e cogliere dinamiche profonde che la storia più classica, quella vista dalle capitali, ha spesso finito col celare.

 

the-atlantic-ocean-3388522_640-Foto di liliy2025 da Pixabay

 

Oggi cominciamo a percepire quanto complessa e per nulla monolitica sia stata la relazione tra conquista militare e istituzionale e “conquista spirituale”, per usare la famosa definizione di Robert Ricard (definizione che comunque lascia ancora aperti numerosi problemi di carattere epistemologico). In passato tali dinamiche sono state analizzate dal punto di vista dell’ingresso della cristianità europea nel mondo atlantico, attraverso le migrazioni di europei verso le Americhe e verso l’Africa. Ma negli ultimi decenni, gli studiosi hanno cominciato a focalizzare sempre di più la loro attenzione anche su altri gruppi sociali o religiosi, studiando la loro influenza e la loro concreta presenza nello spazio atlantico nel corso dell’età moderna. Questo interesse ha riguardato, ad esempio, le religioni tradizionali dell’Africa e, da un altro punto di vista, i casi dei conversos provenienti dalla Penisola iberica. Tutti questi studi e tutti questi differenti punti di vista hanno evidenziato nuovi percorsi di ricerca e posto nuovi problemi metodologici (si pensi ad esempio al problema delle periodizzazioni: la maggioranza degli studi sugli spazi atlantici sono infatti legati a spazi politici europei e alle loro consolidate cronologie politiche). Per quanto ci riguarda, tali approcci hanno mostrato come alcune secolari dinamiche sociali mediterranee possano essere usate anche per spiegare la formazione delle culture che si proiettarono sullo spazio atlantico all’inizio dell’età moderna.

La storia dell’Islam durante la conquista del Nuovo Mondo non è stata oggetto di ricerche sistematiche, e questo, in un certo senso, non è sorprendente. Dopo tutto, almeno per i primi due secoli, può apparire infatti come la storia di un’assenza: il primo numero rilevante di musulmani sarebbe infatti arrivato più tardi, come risultato del traffico di schiavi. Inoltre – ed è una conseguenza del primo punto – le ricerche su questo tema si sono concentrate per lo più sull’universo culturale dei conquistadores, definendosi più che altro come una storia dell’immaginario, storia inevitabilmente legata alle memorie della Spagna islamica e delle guerre combattute per secoli contro al-Andalus. Ma negli ultimi anni, un rinnovato interesse per l’Islam – non solo in quanto religione, ma anche come elemento di una nuova identità sociale e politica – ha contribuito considerevolmente alla produzione di una considerevole attività storiografica sulla presenza di musulmani nelle società europee medievali e di prima età moderna e sulla loro rete di relazioni.

Le pagine seguenti prendono le mosse da qui, per tracciare il quadro di un aspetto particolare di tali dinamiche: la presenza (intesa in ogni senso: dalle tracce materiali a quelle culturali) di uomini e donne di fede musulmana o provenienti da paesi a maggioranza musulmana, nello spazio tra Mediterraneo e Atlantico. Ovviamente, data la vastità di una simile ricerca, nelle poche pagine che seguono mi limiterò a proporre solamente alcune prospettive di indagine e a mostrare differenti percorsi tematici.

 

 

  1. Ciò che l’Islam sapeva dell’Atlantico

Conosciamo piuttosto bene le idee sull’islam sviluppate dagli europei tra medioevo ed età moderna; conosciamo molto bene anche lo sviluppo della percezione europea dello spazio atlantico. Ma sappiamo molto poco di come lo spazio atlantico e il nuovo Mondo furono percepiti dalle culture islamiche.

Ora, lasciando da parte le teorie pseudoscientifiche che attribuirebbero la scoperta dell’America ai fenici o ai musulmani del periodo califfale, la proiezione del mondo musulmano su una scala atlantica può offrirci un interessante punto di vista su questa lunga storia di scoperte e conquiste.

C’è un dato, innanzi tutto, che gli storici tendono normalmente a dimenticare. E cioè il fatto che l’Oceano Atlantico fu navigato e percorso sin dal primo medioevo. Non ovviamente sulle rotte est-ovest, ma sulle tratte di cabotaggio che andavano dal Marocco sino all’Inghilterra e oltre. E questa attività riguardò non solo i cristiani europei ma anche i musulmani africani e iberici. A quanto ne sappiamo, le coste atlantiche islamiche cominciarono ad essere attive già almeno dal IX secolo. La rotta marittima raggiungeva sin dall’inizio del X secolo la regione di Sūs, vicino al Sahara. Il commercio in quell’area era stimolato dalle carovane di dromedari che giungevano dal deserto e anche, forse sin dal IX secolo, dalle coltivazioni di canna da zucchero. Tuttavia fu in epoca Almoravide (1072 -1147), con il porto e il cantiere navale di Salé, che si assistette alla nascita di una navigazione stagionale dal Marocco ai porti di al-Andalus e a quelli del Maghreb mediterraneo. Sotto gli Almoravidi, Salé si dotò già di un cantiere navale, e Marrakesh, fondata proprio in quel periodo, fece la fortuna dei due grandi sbocchi marittimi dell’Atlante: Safī e Azammūr. Per secoli, insomma, marinai musulmani navigarono sull’Atlantico (tra l’altro abbiamo prova della loro presenza, come schiavi o piloti anche su navi cristiane) e per secoli si familiarizzarono con le sue correnti e i suoi venti, per quanto tendenzialmente di costa.

Informazioni relative allo spazio atlantico, per quanto marginali, sono presenti nei geografi e negli eruditi arabi sin dall’epoca classica; e tali conoscenze continuarono a circolare con relativa diffusione.

Nel XVI secolo, nel mondo ottomano cominciarono a circolare opere erudite riguardanti la forma della terra e le nuove scoperte geografiche. Con esse giunsero anche le prime informazioni relative alle scoperte atlantiche. Il primo e forse il più famoso esempio è la mappa disegnata dall’ammiraglio e cartografo turco Piri Re’is (1470-1554). Basandosi su una mappa europea oggi perduta, egli riprodusse con ragionevole accuratezza le coste occidentali dell’Europa e il Nord Africa, oltre alle coste del Brasile, inserendo anche varie isole atlantiche, tra cui le Azzorre e le Canarie. Ma l’interesse ottomano nei confronti delle Americhe non si limitò a Piri Re’is. L’ammiraglio Seyyidī ‘Ali Re’īs, nominato nel 1533 comandante della flotta sultanale in Egitto, viaggiò a lungo nell’Asia, includendo nel suo libro anche una serie di informazioni sulle Americhe, apparentemente ottenute da un capitano portoghese. Di particolare importanza, però è soprattutto il Tārīh-i Hind-i garbī (“Storia delle Indie Occidentali”), opera anonima composta attorno al 1580 per volere di Murad III. Non si tratta di un progetto di conquista (tale speranza dichiarata dall’autore rientra probabilmente nella retorica dell’adulazione di corte) ma della testimonianza del grande interesse che le nuove scoperte geografiche suscitarono nel mondo ottomano. I numerosi manoscritti ne sono una prova: splendide miniature scandiscono la descrizione delle Americhe mostrando in dettaglio elementi geografici, fauna, flora e popolazioni del Nuovo Mondo. Una serie di informazioni di prima mano desunte probabilmente da opere spagnole attraverso però traduzioni italiane.