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Da schiavo del remo a “signore dei signori” di Algeri. Come Giovan Dionigi Galeni divenne Uccialì

Il conflitto tra la potenza marittima della Serenissima e l’impero ottomano culminò, come è noto, nella battaglia navale di Lepanto, combattuta all’imboccatura del golfo di Corinto il 7 ottobre 1571. Lo scontro oppose la flotta turca a quella della “Lega santa” comandata da don Giovanni d’Austria, fratellastro di Filippo II, composta dai navigli di Spagna, Venezia, Genova, Roma, dello Stato monastico dei cavalieri di Malta e di altri potentati italiani: ducato di Savoia, granducato di Toscana, Urbino, Ferrara e Mantova. Entrambe le parti potevano contare su forze imponenti, anche se le fonti non concordano sulla loro entità. Il centro dello schieramento ottomano (stimabile circa centottanta galere e venti-trenta galeotte, senza contare vari legni più piccoli) era tenuto dell’ammiraglio (Kapudan deryà), Müezzinzâde Alì, affiancato dalle capitane del secondo visir Pertev Pascià e del tesoriere Esdey Mustafa. Alla guida del corno destro era destinato Şuluç Mehmed, bey di Alessandria, detto “Maometto Scirocco” dai cristiani.  Al comando del sinistro era preposto il beylerbey (letteralmente “il signore dei signori”) di Algeri, Uccialì, e alla sua retroguardia si schierava il naviglio di Murad Dragut, figlio della «spada vendicatrice dell’islam», Dragut Rais.  Un mese prima della battaglia, il 6 settembre, Onorato Caetani, capitano generale delle fanterie pontificie, aveva scritto da Messina a Nicolò Caetani suo zio, detto il cardinale di Sermoneta, fornendogli informazioni sulla consistenza del fronte turco, ma anche sulla numerosità della flotta cristiana, forte di duecentodieci galere sottili, sei galeazze, venticinque navi grosse, tre galeotte e cinquanta tra bergantini e fregate. L’ala destra dello schieramento spettò al genovese Gian Andrea Doria e alla sua squadra, potenziata dall’avanguardia formata dalle galere siciliane comandate da Juan de Cardona. La guida della sinistra venne invece affidata al provveditore di Venezia, l’ammiraglio Agostino Barbarigo, con la retroguardia di Alvaro de Bazan, marchese di Santa Cruz, che disponeva di novanta galere “per soccorso in caso di bisogno”. Al centro dominava l’ammiraglia Real con la squadra di don Giovanni d’Austria, preceduta e seguita dalla capitana pontificia guidata da Marcantonio Colonna e dalla capitana veneziana al comando di Sebastiano Venier, da quella di Genova affidata a Ettore Spinola con il duca di Parma e da quella dei Savoia affidata ad Andrea Provana di Leini con il duca di Urbino. Le ali del centro erano serrate dall’ammiraglia Santa Maria della Vittoria del priore messinese Pietro Giustiniani, capitano generale dei cavalieri maltesi, e dalla capitana di Paolo Giordano Orsini. La battaglia si concluse con una sonora sconfitta della flotta turca, che però non segnò, come comunemente si crede, l’avvio della decadenza marittima ottomana. Solo un anno dopo, infatti, Donanma-yı Humâyûn usciva completamente ricostituita dagli arsenali di Istanbul, pronta a riprendere il suo secolare duello con la Milizia da Mar della Serenissima.  In ogni caso, nel corso dello scontro di Lepanto, il beylerbey di Algeri, Uccialì, riuscì ad aprirsi un varco in mare aperto evitando l’accerchiamento da parte delle forze di Gian Andrea Doria. Non solo: con ardite manovre, inflisse agli avversari pesanti danni, annientando, fra l’altro, la capitana dei cavalieri di Malta, a bordo della quale si trovava, come capitano di fanteria, Miguel de Cervantes Saavedra, autore del Don Chisciotte.

L’audace condottiero ottomano si chiamava, in realtà, Giovan Dionigi Galeni, ed era nato da una modesta famiglia calabrese a Le Castella, presso Crotone, nel 1518 secondo alcune fonti e nel 1505 o anche prima secondo altre. A lui Mirella Vera Mafrici, già docente di Storia moderna presso l’Università di Salerno, ha dedicato una recentissima biografia, edita nella Collana “Dritto/Rovescio” diretta da Eugenio di Rienzo per Rubbettino Editore: Uccialì. Dalla Croce alla Mezzaluna. Un grande ammiraglio ottomano nel Mediterraneo del Cinquecento.

La vita di Giovan Dionigi, ricorda l’autrice, cambiò improvvisamente il 29 aprile 1536, allorché Khayr-ad-Dīn “Barbarossa”, al comando di una squadra di trenta galere, attaccò il borgo di Le Castella. Dopo vari giorni di furiosi assalti, le forze turche riuscirono a vincere la strenua resistenza degli abitanti e si abbandonarono agli omicidi e al saccheggio, conducendo in schiavitù i sopravvissuti alla strage: fra costoro vi era, appunto, il giovane Galeni.

Questi venne poi venduto al mercato di Costantinopoli e acquistato per poco prezzo da Ja’far Pascia, che inizialmente lo impiegò come “schiavo del remo” a bordo delle tre galeotte con cui era solito corseggiare nel Mediterraneo. Ben presto, però il prigioniero calabrese seppe guadagnarsi la benevolenza del padrone, che decise di prenderlo alle sue dipendenze come servo domestico. A sua volta la moglie di Ja’far, Mortama, provava simpatia per Giovan Dionigi: anzi, gli era talmente grata per l’atmosfera di serenità che con la sua sensibilità aveva instaurato nella famiglia da pensare a un possibile matrimonio con una delle figlie.

La prospettiva di diventare il genero del suo antico padrone dovette allettare parecchio il Galeni. A ciò si aggiunse il pericolo delle pesanti conseguenze di un litigio durante il quale Giovan Dionigi aveva ucciso con un pugno un altro schiavo che lo aveva insultato. Alla fine, non si sa con quanto travaglio di coscienza, il calabrese, già cristiano, si “inturbantò”, convertendosi alla religione islamica. “L’apostasia” commenta la Mafrici “gli consentiva un pieno inserimento nella società locale, dove egli incominciava a ricoprire una posizione e un ruolo non secondari, tipici di un modus vivendi, quello musulmano, in costante evoluzione rispetto a quello europeo”.

L’ex cristiano di Le Castella divenne quindi Uluç Alì (da cui “Uccialì”), che in arabo significa “nuovo moro”, “nuovo convertito” o “rinnegato”. La sua storia successiva ricalca quella di molti schiavi cristiani, spesso di umili origini, i quali abiurando alla religione nativa trovarono ampi spazi di ascesa sociale nell’ambito dell’impero multinazionale ottomano, imitazione perfetta di quello romano dove anche provinciali della Gallia, della Spagna, dell’Illiria, della Siria s’inserirono negli alti vertici dell’apparato burocratico e militare e arrivarono addirittura a cingere la corona di imperator.

Fu appunto questo il caso di Uccialì, uno dei “renegados” che lo storico spagnolo Emilio Sola nomina in Los que van y vienen (Alcalá de Henares, Universidad de Alcalá, 2005), monografia sulle frontiere mediterranee del XVI secolo. Gli altri sono: l’eunuco Azanaga, pastore di capre sardo, che diresse la difesa di Algeri contro Carlo V nel 1541; Ramadán Bajá, anch’egli sardo, ricco armatore e re d’Algeri; Hassan il veneziano, catturato da piccolo quando era mozzo di una nave ragusana; infine Alì Bajá, calabrese di famiglia povera come Uccialì.

Lo studio della Mafrici conferma, amplia e in alcuni punti perfeziona le conclusioni di un’altra monografia di Sola: Uchalí, el calabrés tiñoso o el mito del corsario muladí en la frontera (Barcelona, Bellaterra, 2010), a proposito dei “nuovi mori”. Costoro provenivano dalle regioni più depresse dell’Italia “spagnola”, in cui il potere vicereale garantiva un rigido regime signorile che negava qualsiasi speranza di miglioramento ad ampie fasce della popolazione: contadini, pastori, marinai, per i quali il mondo turco-barbaresco rappresentava una concreta opportunità di riscatto e di crescita socio-economica.

Una volta convertito, dunque, Uccialì divenne uno dei più abili, feroci e ricchi corsari del tempo, nonché “uno de los mejores capitanes y más valientes que el Turco tenía”, come si legge in una relazione spagnola del 1562. Nominato “sovrano di Algeri” nel 1568, raggiunse l’altissimo rango di Kapudan Pasha (Capitano del mare): in tale veste costituì una minaccia continua per le popolazioni costiere del regno di Napoli e per le imbarcazioni di qualsiasi bandiera che navigavano nel Mediterraneo.

Le sue gesta e il suo eccezionale carisma lo resero leggendario anche fra i nemici, tanto che la sua vita sembra quasi una protagonista naturale di quella letteratura di “avisos” e di “discursos” che Emilio Sola vede come tipica della frontiera mediterranea del XVI secolo.

Con un “avviso”, appunto, del 27 giugno 1587, il bailo veneziano a Costantinopoli, Lorenzo Bernardo, annunciò al Senato della Repubblica la morte del “Re di Algeri”, ormai ultraottantenne:

Un buonissimo huomo non solo nella professione del mare, ma anco prattico, ed intelligente nelle cose del mondo. Era de natione Calavrese, di vile condicione, et fatto schiavo, ha vogato molto tempo al remo et alla cadena, ma era di tanto spirito, et valor, che era uscito a tanta grandezza con il suo ingegno, et universal stupore: homo crudelissimo, et talmente colerico, che non se le poteva parlar, ma perché era indefesso et liberal, è stato sempre stimato nella sua professione: era vecchio di 80 e più anni, ma però era gagliardo et prosperoso (p. 28).

La fama di Uccialì, l’universale ammirazione che suscitava la sua maestria di condottiero del mare, la tempra bellicosa, vigorosa e vitale, sono confermate dalle fonti che narrano della vecchiaia del Kapudan Pasha, rese note per la prima volta e scrupolosamente investigate da Mirella Mafrici. Esse ci restituiscono l’immagine di un uomo animato da una gran voglia di vivere, tanto da non negarsi i piaceri dei sensi nonostante l’età non più verdeggiante. A tale proposito Domenico Martire, un cronista secentesco, precisa che il “Re d’Algeri” sarebbe morto mentre era “tra le braccia d’una zitella Greca d’insigne bellezza, dopo haversi in sopra lei cessato le sue voglie sessuali”.