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I cistercensi foglianti in Piemonte tra chiostro e corte (secoli XVI-XIX), a cura di Gianfranco Armando, Silvia Beltramo, Paolo Cozzo, Cristina Cuneo (Viella 2020)

Innestata alla fine del Cinquecento sull’antico tronco della tradizione cistercense e decimata dalla scure napoleonica, in circa due secoli di storia la Congregazione dei Foglianti ha lasciato una significativa eredità nella più ampia vicenda del monachesimo europeo.

Le sue origini risalgono al nobile Jean de la Barrière (1544-1600), commendatario dell’abbazia francese di Feuillant, nei pressi di Tolosa. Egli, dopo l’ingresso nell’Ordine di Cîteaux, nel 1573, ne avviò un percorso di riforma segnato da una severa austerità, dal silenzio e dalla cura della liturgia, ma soprattutto da una ferrea conversione dei costumi, allora sovente deplorevoli, dei monaci. Dalla sua fervente iniziativa scaturirono in modo repentino nuove vocazioni e nel 1586 Sisto V approvò la regola che, di lì a sei anni, avrebbe costituito la base di una nuova e autonoma congregazione. Insediatasi a Parigi su invito e per volere di re Enrico III, l’esperienza fogliante valicò le Alpi, propiziata anche in questo caso da un sovrano, Carlo Emanuele I di Savoia. Piedi scalzi, giacigli di pietra, pasti – pane, acqua e poco altro – consumati in ginocchio: la Congregazione di Nostra Signora di Feuillant dell’Ordine Cistercense, intenzionata, almeno ai suoi albori, ad animare nello spirito della Controriforma il ripristino delle più rigide osservanze monastiche, muoveva i suoi primi passi – e avrebbe percorso buona parte del proprio cammino – tra il chiostro e la corte, come opportunamente recita il titolo del volume che ne ripercorre la storia, sinora quasi sconosciuta, in Piemonte: I cistercensi foglianti in Piemonte tra chiostro e corte (secoli XVI-XIX).

Il libro, curato da Gianfranco Armando, Silvia Beltramo, Paolo Cozzo e Cristina Cuneo, offre un’indagine accurata della presenza degli insediamenti che fecero rapidamente della regione subalpina una tebaide dei cistercensi riformati in Italia. Il libro origina da un percorso di ricerca interdisciplinare, parte di un più ampio concorso di studi nell’ambito del progetto internazionale dal titolo Cistercian Cultural Heritage: knowledge and enhancement in a European Framework – Patrimonio culturale cistercense: ricerca e valorizzazione, orizzonti europei, che ha messo a confronto numerosi studiosi e istituzioni italiane ed estere e che è culminato nel convegno celebrato a Torino il 13 e 14 febbraio 2020. Condensando le relazioni di quell’incontro e rispecchiandone le scansioni tematiche, esso ne sviluppa i lavori e ne accoglie di altri originali.

Ne emerge un quadro particolarmente ricco di vicende sinora rimaste quasi inesplorate dalla storiografia sul monachesimo, essa stessa tutt’altro che copiosa, sebbene ultimamente sempre più avvertita. Sullo sfondo delle complesse dinamiche che legarono le case reali di Francia e di Savoia e la Santa Sede durante i decenni dell’apogeo dell’Ancien régime, nel contraddittorio confronto che i foglianti ebbero con i cistercensi, impastato di rivalità e di amicizia, di invidia e di rispetto, i vari saggi lumeggiano luoghi e figure di una presenza religiosa che arrivò a contare una ventina di insediamenti, costituendo un notevole laboratorio di esperienze spirituali, architettoniche e culturali dell’età moderna.

Nella prima sezione del volume vengono ricostruiti l’insediamento e lo sviluppo di alcune esperienze foglianti ad Asti, a Vercelli, a Testona e a Vico. In esse non si fatica a riannodare il filo rosso tra impulsi religiosi e interessi della corte e dei suoi vassalli che promossero l’avvio di nuove famiglie monastiche e le inserirono in quell’ambizioso disegno di qualificazione “nazionale” del clero regolare tipico dell’età moderna, condizionandone la natura e l’assetto. Se le vicende del monastero di Montegrosso d’Asti, appaiono strettamente legate, per il tramite del patronato della famiglia Scarampi Crivelli, al duca di Savoia Carlo Emanuele I e quelle di Testona, nei pressi di Moncalieri, all’intraprendenza di Francesco Vagnone, signore di Castelvecchio, quelle dei foglianti vercellesi fiorirono su impulso del vescovo Giacomo Goria e si confrontarono a lungo con preesistenti realtà monastiche, finendo per migrare dalla chiesa di San Vittore alla magnifica abbazia di Sant’Andrea. A Vico, il sito sul quale sarebbe sorto l’imponente santuario mariano sabaudo, le faccende di corte furono ancora più esplicite e i conflitti religiosi più aspri: da un lato fu proprio Carlo Emanuele ad affidare ai figli riformati di San Bernardo, giunti da Roma, la cura pastorale del monastero annesso alla nuova chiesa, sorta attorno al pilastro miracoloso della Madonna; dall’altro questa presenza finì col rappresentare una sfida, pastorale e mondana al tempo stesso, sia ai Gesuiti sia all’amministrazione civile. Chiude la prima sezione del volume una ricognizione della presenza cistercense nella Germania centrale durante il tardo Medioevo di Jörg Voigt.

Nella seconda parte del volume alcuni densi saggi affrontano il tema del cambiamento introdotto sotto un profilo architettonico dalla inedita presenza fogliante nelle abbazie preesistenti, negli impianti urbani o nei siti di nuovo insediamento. I monaci in alcuni casi si sistemarono in complessi espressamente costruiti ex novo, mentre in altri subentravano a comunità che avevano animato abbazie secolari e prestigiose. In questo modo numerosi edifici religiosi dell’architettura medievale piemontese vennero coinvolti in cospicui interventi di restauro che, specialmente a partire dal XVIII secolo, ne modificarono gli spazi per far fronte a nuove esigenze liturgiche, abitative oppure per risolvere problemi dovuti a incuria o abbandono, rispondendo, anche in questo, a logiche innescate da politiche edilizie di corte. Come scrive Cristina Cuneo: «i riformati svolgono, nel processo di istituzione dello stato moderno e in particolare della corte, un ruolo decisivo; si assiste alla nascita di nuove vocazioni di carattere spiccatamente urbano, che conformano la vita quotidiana ai modi di un comportamento improntato al rigore e all’austerità e incidono sulle scelte e sulle localizzazioni di chiese, monasteri conventi e, come conseguenza, sulla forma delle città. Nella totale riconfigurazione della capitale del contado connessa all’insediamento della corte che caratterizza il secondo Cinquecento, se da un lato le istanze del governo centrale sono cause di tutti i mutamenti che si identificano nello sviluppo della città-capitale, dall’altro l’emergere e la necessità di controllo dei diversi attori che agiscono sul suolo urgano diventano motori di cambiamenti nella coscienza e nei modi di organizzazione dello stato» (p 132). Con questo sguardo d’insieme e con l’opportuna attenzione alla specificità dei singoli interventi architettonici vengono dunque analizzati i cantieri di Staffarda, Novalesa, dell’abbazia di Santa Maria di Pinerolo, e degli altri luoghi di un ricco patrimonio architettonico e urbano che viene studiato analiticamente nell’ampio saggio di Ilaria Papa, che costituisce la quinta sezione dell’opera e che offre un repertorio aggiornato e completo di fonti dei complessi insediativi foglianti piemontesi: Santa Maria della Consolazione di Torino, di San Verano a Pinerolo, del Santuario di Vicoforte, di Montegrosso d’Asti, di Staffarda, di Testona, della Visitazione di Maria Vergine e San Barnaba a Torino Mirafiori, della Consolata di Asti, di San Vittore di Vercelli, di Novalesa.

Nella terza sezione del volume lo sguardo si amplia a un’analisi ad ampio spettro delle relazioni tormentate che legarono la fragile ma determinata vicenda fogliante alle più ampie dinamiche religiose e politiche che essa attraversò, in primo luogo il tormentato rapporto con la famiglia cistercense in Italia e in Francia, segnato da un «feroce e multiforme rifiuto dei foglianti da parte dei cistercensi» ma anche dal paradosso «che questa proteiforme opposizione non impedì la permanenza del bene comune» (Bertrand Marceau, p. 235); quindi l’avversione alla nuova esperienza e al suo ruolo nella ridefinizione della geografia monastica ginevrina che provenne da Francesco di Sales; le sorti della presenza fogliante nel Ducato di Savoia e quelle tribolate del triennio giacobino e del quindicennio napoleonico, dopo il quale la congregazione appassirà inesorabilmente e, per un amaro contrappasso, sui libri di storia il sui insigne nome sarà ereditato dall’effimero club giacobino che cercò invano di arrestare la deriva radicale e repubblicana della rivoluzione.

La presentazione di due figure eminenti della congregazione – Andrea Rossotto (1609-1667) e Carlo Giuseppe Morozzo (1698-1729) – e la ricostruzione del quadro delle biblioteche e delle fonti sui foglianti conservate a Torino, Roma e Pinerolo costituiscono invece l’oggetto della quarta parte del libro. Giova in proposito richiamare quanto scrive Enrico Pio Ardolino: «La storia dei foglianti italiani è una storia in larga parte ancora da raccontare e, diversamente da altre congregazioni o ordini religiosi nati in epoca post tridentina, disponiamo soltanto di piccole tessere mirate su temi specifici. Al di là di pochi ma lodevoli contributi, è fin qui mancato soprattutto un deciso affondo tra le carte anticamente appartenute alle case monastiche della congregazione, un vuoto che non ha permesso di tracciare in una visione unitaria né la conformazione identitaria e culturale, né i costumi e il contributo di pietà e dottrina offerti dai seguaci di Jean de la Barrière. Quasi del tutto indecifrato è rimasto anche il valore che il monachesimo fogliante – inizialmente votato a una vita religiosa assai severa ed essenziale, ma ben bilanciata tra azione e contemplazione, vita eremitica e apostolato, attribuì alla formazione dei monaci, agli studi e dunque alla creazione e allo sviluppo di biblioteche» (pp. 342-343).

Se ciò è vero, si può, infine, senz’altro affermare che questo volume colma in modo significativo le lacune storiografiche nel vivace mosaico dell’esperienza fogliante italiana e che offre chiavi di lettura e spunti di riflessione per una ricognizione sempre più capillare e aggiornata dell’esperienza monastica in età moderna. Il libro – e, prima ancora, il lavoro di ricerca dal quale è nato – offre anche un efficace suggerimento di metodo, non solo perché affronta un tema apparentemente di nicchia, che può apparire persino eccentrico al lettore digiuno di storiografia religiosa, in una prospettiva ampia e di respiro europeo, ma perché lo indaga senza alcuna caduta nella visione localistica e cogliendo in modo convincente il tema centrale del legame tra ordini religiosi e corte in tema moderna. Leggere la storia di una famiglia monastica non in modo esclusivo ma privilegiato attraverso le dinamiche mondane della corte e il suo faticoso radicamento nel territorio in cui essa si insedia, mutuandone stili, e al tempo stesso studiare la corte – nelle sue molteplici accezioni simboliche, di potere, di configurazione di rapporti col territorio e con i ceti dirigenti – attraverso la dinamica religiosa, devozionale e spirituale che in essa innesca il contatto con i soldati impegnati nelle trincee della Controriforma, dentro un più ampio progetto di religione “nazionale” appare un esercizio riuscito. Un compito per ulteriori studi in un cantiere aperto e promettente.