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Liliosa Azara e Luca Tedesco (a cura di), La donna delinquente e la prostituta. L’eredità di Lombroso nella cultura e nella società italiane (Viella, 2019)

Strano destino quello di Lombroso e della sua opera. Nonostante l’antropologia criminale non costituisca l’inizio della criminologia, per un certo periodo, identificabile intorno agli anni Settanta dell’Ottocento, la sua ricerca sembrò rappresentare una svolta decisiva nello studio delle cause della devianza. Questo anche grazie alla indubbia capacità del medico veneto di presentarsi e accreditarsi come il fondatore di un nuovo sapere interno alle scienze umane. Già però dalla metà degli anni Ottanta, numerose polemiche mostravano che la teoria lombrosiana era molto meno salda e condivisa di quanto auspicato dall’antropologo. Incisive furono, tra altre, le critiche di Napoleone Colajanni, medico siciliano nato nel 1847, che impietosamente mostrò le incongruenze e le numerose contraddizioni attraverso le quali Lombroso aveva cercato, con un metodo ritenuto poco scientifico, di affermare il valore dei fattori antropologici. Da lì a poco, durante il secondo Congresso internazionale di Antropologia criminale, che si svolse a Parigi nel 1889, le teorie lombrosiane furono respinte dai maggiori esponenti dell’antropologia francese. Era il sigillo di una crisi in atto da qualche anno e, a inizio Novecento, nonostante una cerchia di studiosi e allievi continuasse a credere fermamente nel valore dell’antropologia criminale, nell’ambito giuridico, medico e criminologico, le diffidenze nei confronti di Lombroso e delle sue idee erano ormai rilevanti e diffuse. Per molti versi, dunque, quella di Lombroso fu una parabola breve e distante, nonostante ciò, solo negli ultimi vent’anni, sono stati pubblicati circa 1400 titoli sul medico veneto e sulle sue teorie. Ce lo ricordano Liliosa Azara e Luca Tedesco nell’introduzione al libro di cui ci occupiamo, La donna delinquente e la prostituta. L’eredità di Lombroso nella cultura e nella società italiane, edito da Viella nel 2019. Proprio la delinquenza di genere, indagata a partire dalla lente lombrosiana, rappresenta uno dei temi verso cui recentemente si è indirizzata l’attenzione della storiografia italiana e, oltre al volume appena indicato, bisogna citare l’importante studio di Silvano Montaldo, Donne delinquenti. Il genere e la nascita della criminologia (Carocci 2019).

Il libro curato da Azara e Tedesco è un lavoro collettaneo che si propone di restituire al lettore una visione d’insieme sul tema della donna delinquente lombrosiana, indagata a partire da una molteplicità di punti di osservazione. Nello specifico il libro, costituito da dieci contributi oltre all’introduzione citata, può essere diviso in due parti. La prima indaga le teorie di Lombroso in relazione alla donna delinquente, la seconda declina il discorso in ambito politico, istituzionale e culturale. La scelta adottata dalla curatrice e dal curatore è particolarmente felice perché tiene insieme l’aspetto teorico e i suoi riflessi sociali, consentendo al lettore di rendersi conto delle molteplici traduzioni di un discorso pur sviluppato nella fase calante della parabola antropologico-criminale. La donna delinquente venne infatti pubblicata, al costo di 16 lire, il 15 aprile 1893, dopo un lavoro di alcuni anni condotto da Lombroso insieme a Guglielmo Ferrero, marito della figlia Gina dal 1901. Il libro ebbe subito un notevole successo e nel giro di un anno vendette più copie de L’Uomo delinquente in 10 anni, secondo Gina Lombroso. La critica, invece, fu molto più cauta e nonostante i pareri e le recensioni favorevoli di allievi ed esponenti della Scuola positiva, la diffidenza verso l’opera fu piuttosto diffusa.

Il contributo di Luca Tedesco indaga proprio la ricezione del libro tra la data della sua pubblicazione e il fascismo, mostrandone la vitalità, ma anche le tante diffidenze sollecitate. Tra queste, da sottolineare perché particolarmente icastico, quello della «Critica Sociale», la più importante rivista socialista dell’epoca. Il rilievo mosso sottolineava il rischio che l’antropologia criminale si rivelasse un dispositivo reazionario, contrariamente alla volontà del suo fondatore, sottovalutando i fattori sociali e riducendo tutto alla fissità dei caratteri antropologici. L’ambito socialista non era però un blocco coeso, come mostra Riccardo Cavallo nel suo saggio, e le riflessioni di Lombroso, accanto a perplessità, generavano anche attenta condivisione. Turati le riteneva scientificamente avanzate e meritevoli di aver consentito il superamento dell’approccio metafisico, tipico delle scuole classiche. Nonostante le aperture verso i fattori sociali ed economici, la questione femminile continuava perlopiù ad essere letta secondo pregiudizi di lungo periodo che tenevano insieme criminalità e sessualità. È questo il tema dell’interessante contributo di Emilia Musumeci che, analizzando il dibattito medico e giuridico ottocentesco sull’imputabilità femminile, evidenzia il ruolo preponderante di convinzioni legate alle funzioni organiche della donna. A differenza delle molteplici categorie adottate dalla criminologia per descrivere la devianza maschile, quella femminile poteva essere spiegata, molto semplicemente, con il riferimento all’apparato riproduttivo. Una visione più articolata della donna era proposta da Paolo Mantegazza, secondo cui ciascun sesso aveva le sue prerogative ed era riduttivo porre la questione di genere in termini di superiorità e inferiorità tra i sessi. Nonostante anche nel suo giudizio pesassero pregiudizi consolidati, una certa consapevolezza del ruolo rivestito nella questione dal punto di osservazione maschile, contribuì a rendere la sua riflessione per molti versi moderna e in anticipo sui tempi, come mostra Matteo Loconsole nel suo contributo. Tommaso Dell’Era si concentra invece sulla persistenza del paradigma lombrosiano sulla donna delinquente nel fascismo. Il fondamento biologico che lo sosteneva, insieme a consolidate credenze sull’inferiorità e l’emotività della donna, vennero ampiamente strumentalizzate per giustificare politiche di controllo e gerarchie sociali. Il modello femminile che il fascismo tentò di promuovere è evidenziato dal saggio di Annalisa Cegna, che sottolinea la persistenza del paradigma lombrosiano e attraverso l’analisi dell’internamento femminile operato dal regime, mostra come i dispositivi di reclusione siano stati utilizzati per reprimere e isolare quegli atteggiamenti ritenuti illegittimi dal fascismo. Lo studio di Cegna analizza le dinamiche operanti nelle procedure di internamento femminile, i criteri di scelta dei luoghi che dovevano ospitare i campi, l’ubicazione dei sei perimetri destinati alle donne, la suddivisione adottata dal regime per le donne internate e le attenzioni biopolitiche rivolte ai corpi delle recluse. Il contributo, muovendo da tali punti, si propone di gettare nuova luce su alcune questioni storiografiche più generali, tra cui il ruolo degli strumenti repressivi del regime, il rapporto tra donne, fascismo e guerra e il valore riconosciuto alle dinamiche di genere nel ventennio. Altro dispositivo utilizzato paradigmaticamente per reprimere la devianza femminile è la reclusione manicomiale. Al tema è dedicato il saggio di Annacarla Valeriano, che si è già dedicata con profitto alla questione in precedenti lavori. Muovendo dalla documentazione del manicomio Sant’Antonio Abate di Teramo, la storica porta alla luce il ruolo rivestito dalla sessualità deviata nelle dinamiche di internamento e, anche in questo caso, il peso delle teorie lombrosiane nella tipologizzazione delle diverse forme di degenerazione femminile. Isolamento, repressione degli istinti e politiche di contenimento, rappresentano i mezzi adottati per medicalizzare la sessualità deviata e ricondurre nell’alveo delle normalità i presunti comportamenti abnormi delle donne. I diversi casi riportati descrivono storie cliniche di solitudine e distanza, dalla famiglia, dalla società e dai bisogni del proprio corpo.

L’inferiorità costitutiva e il peso della sessualità femminile, ebbero un ruolo non indifferente anche nel destino che condusse le donne negli stabilimenti penitenziari a cavallo del XX secolo. Come evidenzia Mary Gibson, nelle carceri le donne non vennero fatte oggetto di alcun percorso riabilitativo, nonostante i principi dell’ordinamento del 1891, e questo anche per il peso rivestito dalle autorità religiose nella gestione della devianza femminile. Le suore che assistevano le detenute contribuirono a rendere i luoghi di detenzione femminili un prolungamento dei conventi, in cui la riabilitazione coincideva con la conversione e il ritorno a un orizzonte culturale e sociale consolidato. Tra le figure oggetto delle attenzioni correzionali delle suore c’erano soprattutto le prostitute, al centro dell’attento contributo di Laura Schettini. Nello specifico il saggio analizza la figura delle prostitute migranti e il ruolo del paradigma lombrosiano nella definizione delle politiche di controllo adottate dai diversi paesi per gestire il fenomeno. Un mercato, quello della prostituzione, che tra Otto e Novecento andò incontro a un incremento quantitativo e a una dilatazione geografica, seguendo le rotte della migrazione europee ed extra-continentali. Dialettiche complesse tra autorità differenti ed esigenze politiche e sociali molteplici, produssero misure repressive e preventive, ma anche provvedimenti tesi a favorire un movimento tollerato e in alcuni casi favorito dalle autorità, interessate a limitare le unioni interetniche. Al tema della prostituzione è legato anche il saggio che chiude il volume, scritto da Liliosa Azara, autrice tra l’altro di un precedente lavoro sul decennale dibattito politico che accompagnò l’approvazione della legge Merlin. Il confronto tra regolamentisti e abolizionisti, che segue la legge n. 75 del 20 febbraio 1958, viene qui delineato evidenziando il ruolo svolto dalle teorie lombrosiane sulla fissità dei caratteri e la loro strumentalizzazione. In particolare se ne servirono, in termini più o meno espliciti, gli esponenti del fronte antiabolizionista per sostenere la necessità di luoghi specifici in cui le donne potessero vendere il proprio corpo. Le case chiuse erano considerate strumento di controllo sociale, del mantenimento dell’ordine pubblico e privato-familiare e di una separazione, anche fisica, tra normalità ed esercizio della devianza. Furono in particolare alcuni medici, significativa in tal senso l’azione dell’Associazione nazionale italiana dermosifiografi, a sostenere tali necessità di ordine igienico e morale e a cercare di autolegittimare la propria posizione come dotata di maggiore autorevolezza rispetto alle altre. Nonostante l’approvazione della legge la discussione sarebbe proseguita a lungo.

Una molteplicità di temi, indagini e studi di caso, rendono il libro curato da Azara e Tedesco un tentativo, sicuramente riuscito, di tenere insieme questioni generali e declinazioni specifiche. Una feconda dialettica che evidenzia il ventaglio di possibili piste di ricerca che l’esperienza lombrosiana è ancora in grado di generare. E questo nonostante la mole di studi cui si è fatto riferimento.