Venere vagante. La prostituzione tra ventennio fascista e seconda guerra mondiale

«Venere vagante» è uno dei termini che le autorità italiane utilizzarono per indicare le prostitute irregolari. “Venere”, com’è noto, è l’etimo da cui deriva venereo, una locuzione con cui si indicavano le malattie sessualmente trasmissibili, mentre “vagante” designava le meretrici che si potevano muovere liberamente nella città, a differenza delle colleghe chiuse nelle case di tolleranza, le quali erano controllabili, soprattutto dal punto di vista sanitario. L’unione delle due parole ci restituisce in maniera icastica il timore che era associato alle «peripatetiche», le quali sfuggivano alla sorveglianza ed erano per questo considerate portatrici di patologie. La preoccupazione nei loro confronti divenne allarme nel corso del secondo conflitto mondiale, allorché si temette che il dilagare delle malattie celtiche potesse mettere in ginocchio le truppe impegnate nello sforzo bellico. Nel tentativo di reprimerle un ruolo di primo piano ebbero i bordelli regolamentati, considerati dai capi militari e civili la migliore barriera da frapporre tra i soldati e le meretrici clandestine. Vedremo nel prosieguo della trattazione come la convinzione che le affezioni sessuali non si trasmettessero nelle case chiuse fosse poco più che una chimera e come, tuttavia, non solo l’esercito italiano ma anche quello tedesco e, in un primo momento, quello alleato ricorressero allo stesso strumento e nel medesimo convincimento degli italiani.

 

Pro(i)stituzioni-Prostituzione-Razza
ACS, MI, DGPS, Divisione polizia amministrativa e sociale, b. 337

 

Proteggere la razza

Il contenimento coattivo della prostituzione clandestina fu una problematica affrontata anche negli anni della Grande guerra. In quella circostanza fu l’esercito che si occupò di predisporre e regolamentare i postriboli operanti nelle zone del fronte, con lo scopo di impedire che i soldati frequentassero le vaganti. La repressione nei confronti di quelle donne che non esercitavano all’interno delle strutture predisposte dalle autorità militari fu attuata già dall’estate del 1915 sia per le necessità, già espresse, di carattere igienico-sanitario, sia perché si temeva che tra di loro potesse nascondersi qualche spia. Per queste ragioni le meretrici finirono per ingrossare le fila di quella parte della popolazione civile che, proveniente dall’Isontino, dal Cadore, dal Trentino, venne internata con l’accusa di essere “austriacante”, sovversiva o delatrice e inviata in varie località della penisola, lontane dalle zone di guerra. I soggetti ritenuti più pericolosi e i sudditi nemici furono trasferiti in Sardegna. È interessante notare che se le malattie veneree non dilagarono, come nelle precedenti guerre risorgimentali, fu merito dell’estensione all’esercito e, dunque, anche agli uomini, di quelle regole a cui, in tempo di pace, erano sottoposte soltanto le donne: schedatura, visita e cure forzate. Nei postriboli militari, tenuti sotto strettissima sorveglianza dai medici dell’esercito, oltre alle frequenti visite alle ospiti, si era predisposto uno speciale «gabinetto per la disinfezione post-coitum», nel quale i soldati erano obbligati a fermarsi all’uscita dal bordello. Nell’intento di contenere l’infezione di origine clandestina, simili gabinetti erano stati impiantati anche all’interno delle caserme e degli accampamenti, per essere a disposizione di chiunque ne facesse richiesta al rientro dalla libera uscita. Questa profilassi, che pose un significativo freno all’espandersi delle infezioni, non fu però replicata durante il fascismo, il quale predispose una serie di norme incentrate principalmente sul controllo medico della prostituta e non del cliente. Quando una nuova guerra mondiale dilagò nel paese, si riproposero analoghe problematiche di ordine sanitario:

 

Mentre i nostri bravi combattenti compiono prodigi di valore in mezzo ai 1.000 sacrifici duri, che la guerra presente non risparmia, noi qui dobbiamo proteggere la razza, dobbiamo con qualsiasi mezzo e senza parsimonia combattere la immoralità, il diffondersi delle malattie celtiche, che per il capriccio per il lucro ed il lusso, minorenne, spose e ragazze, senza più pudore, calpestando ogni buon sentimento familiare infestano il popolo che deve battere la via dell’Ascensione e non della decadenza.

 

Questa missiva, fatta pervenire da un privato cittadino al Ministero dell’Interno nel giugno 1942, è esemplificativa dei timori che si coagularono intorno alla figura delle meretrici girovaghe durante la Seconda guerra mondiale, ma anche del modello femminile con cui venivano identificate, i cui tratti salienti emergono nell’epistola:

 

Serpe che avvelenano il genere umano, sfruttando una loro, più o meno durevole bellezza, o attraenza senza nessun amore, con cuore perfido avvincano, e come i vampiri succhiano avidamente il denaro rovinando le famiglie mandandole in miseria, con piccoli innocenti, privandole del più puro e sacro amore, portandovi il veleno, l’inferno, il delitto.

 

Lo stereotipo della messalina astuta, infima e pericolosa non rappresenta di certo una novità e a partire dalla seconda metà dell’Ottocento fu rafforzato e legittimato scientificamente dalle teorie positiviste. Esemplare, in tal senso, furono le dottrine espresse nel noto volume che Cesare Lombroso, padre dell’antropologia criminale, scrisse nel 1893 insieme a Guglielmo Ferrero, intitolato La donna delinquente, la prostituta e la donna normale. Il lavoro, stigmatizzando la prostituta come “naturalmente” portata a vendere il proprio corpo, individuava in essa l’equivalente femminile della criminalità maschile ponendola nel punto più basso della scala della devianza muliebre. La promiscuità sessuale delle meretrici, dunque, rappresentava un grave pericolo, esattamente come lo era il crimine maschile, di conseguenza la società doveva essere difesa da entrambi.

Queste argomentazioni andarono a corroborare le idee espresse dai fautori del regime di regolamentazione – introdotto in Italia dal Decreto Cavour del 15 febbraio 1860 – in base al quale vennero istituite le case di tolleranza, con l’intento di salvaguardare due inderogabili capisaldi del vivere civile: la moralità e la salute dei cittadini.

Quello che rappresenta una novità nel documento citato è l’introduzione del concetto di protezione della «razza». Ai due principi cardine del regolamentismo, dunque, sembrerebbe aggiungersene un terzo, riferibile sempre alla tutela della sanità dei corpi, con cui, in alcuni casi si sovrappone, ma con una significativa variante: ad essere difesa non è più soltanto l’integrità fisica del cittadino ma la «razza italiana». Altrettanto indicativamente, questa nuova interpretazione sembrerebbe fare la sua prima comparsa nei documenti fascisti relativi alla prostituzione solo dopo il 1936, anno d’avvio dell’avventura coloniale.

Il concetto di tutela della razza riferito alla salute degli italiani fece la sua apparizione in ambito giuridico nel 1931, collocato autorevolmente nel codice penale fascista, che il tale anno entrò in vigore. Il codice Rocco, dal nome del suo principale artefice, il guardasigilli Alfredo Rocco, incluse nei suoi articoli anche quelli riguardanti i «Delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe» inquadrati nel Libro II, Titolo X. È stato notato che il Titolo X poteva indifferentemente essere denominato «Delitti contro l’integrità e sanità della razza» anziché della «stirpe», dal momento che il ministro Rocco utilizzava i due termini sostanzialmente come sinonimi nei suoi scritti.

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