A difesa della «sanità morale della Nazione». Prostituzione e controllo sociale nell’Italia fascista

In un contributo destinato a rimanere un punto di riferimento per lo studio dei rapporti tra la politica criminale del fascismo e la cultura giuridica italiana, Mario Sbriccoli sottolineava come il regime si fosse «storicamente imposto con i caratteri di un totalitarismo dai contorni imprecisi, immerso nelle contraddizioni e tenuto insieme, quanto alle sue opzioni, da sincretismi e allusioni». Cosciente della continuità culturale con il passato e consapevole di non disporre di risorse tali da instaurare un’autentica egemonia, il fascismo rinunciò a qualsiasi rifondazione della scienza giuridica penale «appoggiandosi all’indefinita possibilità di indirizzare i contenuti della legislazione verso le finalità che gli erano congeniali e assicurandosi i modi per conseguirle». Quali fossero queste finalità, lo ricorda lo stesso autore in una pagina lucida e tagliente come una lama: «se l’avversario è politico, nemico per eccellenza, va annientato; l’ordinario criminale deve essere semplicemente (seppur severamente) punito; mentre quello pericoloso, tanto più se è “anormale”, deve essere messo nella condizione di non nuocere, cosa che implica un efficace sistema combinato di stringente prevenzione e doverosa eliminazione».

Le parole dell’autore forniscono un significativo atout per l’analisi della disciplina giuridica della prostituzione durante il ventennio perché consentono di leggerne i principali indirizzi nel quadro della più ampia politica di controllo sociale sperimentata dal regime. Si tratta di un settore nel quale sembra riproporsi la vexata quaestio della continuità dei modelli repressivi del fascismo rispetto a quelli dell’Italia liberale, dal momento che sul piano dell’ideologia che ispirava il controllo sul mercato della prostituzione la dittatura non introdusse sostanziali innovazioni rispetto al passato, limitandosi a rafforzare alcune tendenze emerse negli ultimi decenni del secolo precedente.

Indipendentemente dal posto riservato all’iniziazione sessuale nell’immaginario maschile e da qualsiasi considerazione relativa alla “doppia morale” che circondava il “mito” della virilità fascista, il paludato linguaggio dei giuristi rimaneva legato a topoi retorici e modelli normativi sperimentati nel “lungo Ottocento”. “Male necessario” o – piuttosto − pericoloso morbo da circoscrivere per impedire il contagio alla sanior pars della società, la prostituzione fu oggetto di una regolamentazione che ne ammetteva l’esercizio in apposite case di tolleranza, ripercorrendo in materia l’approccio regolamentista che aveva conosciuto applicazione in Italia dal decreto Cavour del 15 febbraio 1860, fino alle modifiche imposte con il regolamento Crispi del 26 luglio 1888 nonché, da ultimo, con il decreto del 27.10.1891 n. 605 che abrogò espressamente la precedente normativa ed approvò il testo firmato dall’allora Ministro degli interni Giovanni Nicotera.

Meretricio-Sanità-Prostituzione
Libretto di lavoro per la regolare professione del meretricio, immagine da “Il Gazzettino”

D’altro canto, l’esame della regolamentazione in questo settore dimostra come il regime seppe sfruttare le contraddizioni presenti nello stato liberale per piegarle al proprio disegno autoritario, mobilitando una sinergia senza precedenti tra legislatore, giuristi e scienza medica per stabilire un controllo onnipervasivo e capillare che, a partire dalla iniziazione, passando dall’organizzazione della vita postribolare fino al controllo delle malattie veneree, disponeva una ferrea sorveglianza sulla vita delle prostitute. Tale normativa non si limitò esclusivamente a stabilire i confini del lecito e dell’illecito nel mercato del sesso a pagamento, ma rappresentò un dispositivo capace di avere un ruolo centrale nella formazione dei soggetti e nell’immaginario della società, esprimendo specifiche opzioni in ordine a valori fondanti della cittadinanza e partecipando a pieno titolo ai processi di costruzione e ridefinizione di identità individuali e collettive.

All’interno di queste coordinate, il presente contributo esaminerà i principali indirizzi della politica criminale del fascismo in materia di prostituzione. Un itinerario – questo − che a sua volta presuppone una preliminare distinzione di ambiti di indagine in relazione alle fonti normative ai soggetti istituzionali deputati al controllo sociale del mercato del sesso. La necessità di assoggettare le prostitute ad una maglia fitta, pletorica, disciplinate di prescrizioni tese ad evidenziarne lo statuto separato e lo stigma di esclusione dalla parte sana della società era affidato alla vigilanza sanitaria e di polizia. La magistratura fissava le coordinate all’interno delle quali leggere il fenomeno prostituzionale nel più ampio quadro dell’andamento delle relazioni sessuali e delle loro implicazioni. Strumento principale nelle mani dei giudici fu il codice penale ed è proprio dalle scelte operate dal legislatore del 1930 che occorre prendere le mosse per esaminare la politica criminale del regime in materia di prostituzione.

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