«A mezzanotte la stanchezza le vince tutte». Ritratti scapigliati e veristi di ruffiane e prostitute

Paolo Valera vestì per la prima e unica volta la divisa militare a sedici anni. L’occasione fu quella della terza guerra di indipendenza, nel 1866. Mosso da ideali patriottici, il ragazzo non esitò a iscriversi nelle fila dello stesso esercito in cui volontariamente militavano anche Arrigo Boito ed Emilio Praga, campioni di quella Scapigliatura alla quale pochi anni più tardi l’attitudine letteraria e giornalistica del giovane avrebbe dovuto molto. Del resto, la famiglia Valera ‒ poverissima ‒ si era trasferita da Rivolta d’Adda a Milano nel 1860, quando il ventre della città era ormai prossimo a partorire una nuova «classe» intellettuale, così ritratta da Cletto Arrighi:

 

In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità di individui […] fra i venti e i trentacinque anni […], più avanzati del loro tempo […]; irrequieti, travagliati, turbolenti […]. Questa casta o classe – che sarà meglio detto – vero pandemonio del secolo; personificazione della follia che sta fuori dai manicomii; serbatoio del disordine, della imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti; – io l’ho chiamata appunto la Scapigliatura […]. Da un lato: un profilo […] pieno di brio, di speranza e di amore […]. Dall’altro lato, invece, un volto smunto, solcato, cadaverico; su cui stanno le impronte delle notti passate nello stravizzo e nel giuoco; su cui si adombra il segreto d’un dolore infinito… i sogni tentatori di una felicità inarrivabile, e le lagrime di sangue, e le tremende sfiducie, e la finale disperazione.

 

Autore di scabrosi reportages e romanzi non privi del seme verista, Paolo Valera vive pienamente il momento di passaggio dalla letteratura risorgimentale a quella offerta dalla generazione successiva, intenta a proporre nuovi modelli, nuovi temi, nuovi metri concettuali e, non ultima, una nuova figura di scrittore, professionista della penna pubblicistica per sbarcare il lunario e pronto, nelle prove d’autore più ispirate, alla confusione fra l’arte e la vita. Certamente, Valera è ben lontano da quest’ultimo fraintendimento e si distanzia dai mondi dell’ideale, che pur «annega nel fango», evocati da Boito e Praga, declinando in termini di crudo realismo anche il binomio amore-morte caro a Tarchetti e a molti altri scapigliati. Pur inscritto nei ranghi della cosiddetta Scapigliatura democratica, l’autore di Milano sconosciuta è estraneo all’atteggiamento maudit di una ribellione incapace di farsi rivoluzione. Ideale figlio socialista del Carlo Tenca della Ca’ dei cani (1840), forse una delle prime opere narrative italiane capaci di puntare le lenti sulle miserie del popolo, Valera è invece un perfetto rappresentante di quel realismo minore che introdusse in Italia, attraverso l’ammirazione per Émile Zola, la grande stagione del Verga più maturo. Gli sono accanto, oltre a Giovanni Biffi e Vittorio Bersezio, Achille Bizzoni e Francesco Giarelli, con i quali Valera condivide le critiche alla società borghese, scegliendo di farsi palombaro in prima persona negli abissi di un proletariato ancora privo di una vera coscienza di classe. Le sue opere si mantengono in equilibrio fra «documento oggettivo e deformazione visionaria», tra scrittura giornalistica e romanzo, e progressivamente lo portano a intraprendere un percorso di scrittura militante che sfocerà nell’adesione all’Internazionale. Pertanto il dualismo fra «luce ed ombra» si colora nella prosa di Valera «di irriducibili valori etici e ideologici», dove «alla capitale morale illuminata e solare si oppone una città oscura e maleodorante».

Valera-Bottonuto-Prostituzione
Milano, quartiere Bottonuto – immagine da Paolo Valera, Milano
sconosciuta (Libreria Meravigli Editrice)

Soprattutto dopo il 1870, in Italia «diventa urgente l’inchiesta sociale» che trova un naturale sviluppo «nella protesta politica» vissuta anche fra parole letterarie di denuncia, che spesso arrivano all’invettiva coniugata con «l’estro scoppiettante dell’invenzione immaginosa». Certamente, Milano era la città più adatta al proliferare di certi “fiori del male” pubblicistici, dal momento che proprio qui «dai tempi dell’Illuminismo e del romanticismo eroico» si era sviluppata una particolare sensibilità «alle istanze culturali italiane» e, con essa, era evidente l’assorbimento delle «contraddizioni» che fecero presto della città «lo specchio fedele di crisi sociali e politiche». Inoltre, «nel traballante decennio liminare dello stato unitario», Milano «allestì la più forte concentrazione giornalistica e di mezzi informativi che mai ebbe una città italiana, su cui continuamente si scaricavano tensioni borghesi e antiborghesi, sfacciati rendiconti di ricchezze, regolati dall’orologio del profitto, e violente denunce di povertà e di miserie». Valera diviene presto uno degli alfieri meglio noti di questo genere giornalistico e letterario, non indifferente al richiamo di una vera destrutturazione dell’apparato statale a partire dall’abbattimento del principio di autorità, proponendo addirittura «la rivolta nelle carceri, la disobbedienza civile e militare e il rifiuto di ogni istituzione».

Diversamente da Lodovico Corio e dall’ex ispettore di polizia Paolo Locatelli, che frequentano anch’essi in letteratura la Milano «sublunare» con scopi tra loro diversi ed esplicitati rispettivamente in Milano in ombra (1885) e Miseria e beneficenza (1878), Valera rifiuta con decisione «le cadenze del dialogismo suasorio per prescegliere un impasto linguistico mescidato, ellittico, volto rabbiosamente» alla detronizzazione della logica borghese, togliendo il velo dagli occhi del «lettore milanese ottuso e gaudente» e rivelandogli invece la miseria sulla quale poggia bieco il benessere di pochi. Va comunque ricordato che i valori progressisti dello scrittore sono relativi alla cultura del periodo storico nel quale quest’ultimo vive e opera e che, sebbene animato dalla sincerità di un sentimento volto alla palingenesi sociale, le pagine di Valera si fanno anche lenti quasi voyeuristiche di una borghesia senz’altro volta ad un paternalistico pedagogismo di massa, senz’altro pronta alla beneficenza, ma altrettanto restia ad addentrarsi personalmente nei gomitoli di strade dei quartieri più pericolosi, godendo invece della loro descrizione da salotti ben più sicuri.

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