Erudizione e devozione benedettina nel Novecento: il caso del beato Placido Riccardi

La proposta di santità del beato Placido Riccardi si colloca all’interno di quel laboratorio di erudizione e di apologetica rappresentato dal monachesimo del primo Novecento alimentatosi in massima parte all’ombra della «Rivista storica benedettina» diretta da don Placido Lugano. Il recupero della memoria del monachesimo italiano, attraverso la ricostruzione storica dei suoi centri principali, si poneva come passo necessario e funzionale ad una rinnovata azione spirituale della costellazione benedettina nella penisola, che trovò la sua sintesi nell’opera, al contempo erudita e divulgativa, Italia benedettina curata dallo stesso Lugano nel 1929. L’impegno profuso dagli storici dell’Ordine non era che una parte, seppur rilevante, di un più vasto movimento di rinascita delle antiche abbazie, che, dopo il periodo delle soppressioni, si sviluppò in concomitanza con l’incremento delle comunità monastiche e con il progressivo avvicinamento delle famiglie di san Benedetto, a partire dalle celebrazioni del XIV centenario della nascita del fondatore nel 1880 e dalla fondazione, dieci anni dopo, del Collegio di S. Anselmo. Un compito a cui Ildefonso Schuster si dedicò fin dai primordi della sua attività di ricerca e che trovò il suo compimento nella monumentale storia dell’abbazia di Farfa, tardivamente pubblicata nel 1921.

Gli studi giovanili dello Schuster, infatti, erano in gran parte tesi ad una rigenerazione spirituale e materiale di Farfa che passava non solo per un restauro dell’antica abbazia e per la minuta ricostruzione della sua storia, ma anche per la riscoperta delle vicende biografiche di quanti avevano reso sacro quel luogo con la santità della loro vita e con la presenza, dopo la morte, dei loro resti terreni. Nella direzione di uno stretto legame tra l’attività erudita e l’afflato spirituale vanno ad esempio le parole rivolte da don Ildefonso al Riccardi nel febbraio del 1911, riguardo l’irrealizzato desiderio di ritrovare i corpi di Lorenzo Siro e di Tommaso da Morienna, le cui tracce si perdevano dopo la traslazione del 1609 dall’altare maggiore all’altare del reliquiario. In esse è, infatti, possibile cogliere anche il segno di un comune intendere tra don Placido e il suo discepolo spirituale, il quale si sentiva in dovere comunque di rassicurare il Rettore del fatto che l’esito negativo dei sondaggi effettuati presso gli altari non dimostrava «alcuna cosa in contrario, circa l’esistenza a Farfa dei SS. Corpi».

Anche in questo caso, è bene sottolinearlo, siamo all’interno di un processo più vasto di inventiones e di traslazioni di reliquie, che è parte integrante dell’attività agiografico-erudita e che in quest’ultima trova non solo nuova linfa, ma anche una certificazione di autenticità. Significativa in tal senso l’acribia con cui la piccola comunità del noviziato di San Paolo fuori le mura ricercava e collezionava i resti dei più alti «rappresentanti d’un ideale monastico», per usare le parole di don Ildefonso.

 

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Beato Placido Riccardi