Emigrazione-Fascismo

L’azione di contrasto all’emigrazione clandestina nel primo decennio fascista. Prime linee di ricerca

ABSTRACT

Obbiettivo di chi scrive è di illustrare le strategie adottate dalle autorità fasciste per contrastare gli espatri clandestini, con particolare riferimento alla seconda metà degli anni Venti e ai primi anni Trenta, epoca in cui il dispositivo antiemigratorio mussoliniano può dirsi consolidato. Traendo spunto dalle informazioni che trapelano dalle carte della polizia di frontiera e dal «Bollettino dell’emigrazione» si esamineranno norme e mezzi messi in campo dal governo fascista per scoraggiare questo fenomeno, riguardante non solo gli oppositori politici in senso stretto ma anche tantissime persone comuni alla ricerca di un lavoro oltreconfine. Si analizzeranno poi le modalità comunemente utilizzate dagli “irregolari” per raggiungere la Francia, gli Stati Uniti, ecc. riportando infine alcune storie esemplificative emerse dalle fonti.

Finora l’analisi dei movimenti migratori che hanno interessato la penisola italiana durante il fascismo si è focalizzata grossomodo sui seguenti filoni di ricerca: a) l’emigrazione interna nelle sue varie articolazioni; b) le migrazioni di popolamento (dirette sia verso le aree agricole interne rientranti nei programmi di bonifica integrale, sia verso le colonie d’oltremare); c) i rapporti instaurati dal regime con le collettività italiane trasferitesi in varie parti del mondo, la relativa politica estera e i diversi modelli di integrazione; d) l’emigrazione politica e il fuoriuscitismo; e) le migrazioni “forzate” riguardanti nuclei specifici di popolazione costretti ad espatriare per motivi razziali o nazionalistici. In questo ambito si può collocare anche il trasferimento coatto di manodopera italiana in Germania seguito agli accordi stipulati tra le due potenze dell’Asse alla fine degli anni Trenta.

Emigrazione-Fascismo
Una cava di pietra in Svizzera con alcuni scalpellini di Cesiomaggiore. Anni Trenta

Poco esplorati rimangono invece a tutt’oggi gli espatri clandestini per ragioni di lavoro, in cui il movente economico risultava in molti casi strettamente intrecciato con quello politico. Uno dei motivi della “disattenzione” della storiografia italiana nei riguardi dei “clandestini per lavoro”, per i quali si dispone di pochissimi studi, limitati più che altro al secondo dopoguerra, risiede molto probabilmente nella difficoltà intrinseca di individuare questa categoria di migranti, che per definizione sfuggono alle statistiche. Più in generale, e per quanto riguarda il periodo oggetto di studio, possono inoltre aver influito le direttive varate dall’establishment mussoliniano a partire dal 1927, al fine di rimuovere dall’immaginario collettivo le problematiche connesse all’emigrazione di tipo “economico” (mancanza di lavoro e di prospettive di miglioramento sociale in patria, ecc.). Ciò è dimostrato anche, dal punto di vista terminologico, dalla soppressione del Commissariato generale dell’emigrazione – l’organo sorto nel 1901 per fornire assistenza e protezione ai connazionali che si recavano oltreconfine – cui subentrò nel 1927 la Direzione generale degli Italiani all’estero. Attraverso una tecnica simile al cosiddetto meccanismo linguistico del “referente assente” si volle in pratica depotenziare il significato attribuito comunemente alla parola «emigrante» (individuo allontanatosi dalla patria per sfuggire alla miseria), sostituendola con la definizione più neutra (e patriottica) di «italiano all’estero».

Emigrazione-Fascismo
La costruzione di un ponte in Francia nel 1920 con alcuni manovali provenienti da Santa Giustina

 

Immagine di copertina e foto nell’articolo, tratte da Con la valigia in mano. L’emigrazione nel Feltrino dalla fine dell’Ottocento al 1970, a cura di F. Padovani, Agorà  Libreria editrice, 2004)