Meno che umana. Ritratto “dal vero” della violenza sull’infanzia nel racconto breve Canituccia (1883) di Matilde Serao
Da una prospettiva odierna, Canituccia racconta una storia di abusi e violenze su una bambina. Violenze che, cambiando le circostanze, continuano a funestare l’infanzia, a opera di chi dovrebbe prendersene cura (AGIA, 2025).
L’ipotesi sottesa al presente contributo è che stigmi e stereotipi lumeggiati da Matilde Serao nel suo ritratto letterario abbiano continuato, nel tempo, a serpeggiare come latenti retaggi storico culturali, che hanno offerto pretesti e sostenuto meccanismi di negazione e rifiuto delle responsabilità da parte degli adulti
Canituccia è un racconto breve, parte della raccolta Piccole anime con tema unificante l’infanzia. Matilde Serao vi narra le condizioni di inaudita violenza ‒ fatta di abusi affettivi e psicologici, oltre che di maltrattamenti fisici e brutali pestaggi ‒ subita da una bambina abbandonata, vittima di chi dovrebbe prendersene cura, Pasqualina, ma che la tiene con sé in una condizione di miseria e semi-schiavitù. È anche una testimonianza dell’attenzione di Matilde Serao per il destino dell’infanzia delle classi inferiori che abitavano le zone urbane e rurali a Napoli e dintorni, fino ad allora trascurata da gran parte dei letterati italiani. Scrive Serao nella prefazione alla raccolta:
questo piccolo libro, scritto pei grandi, parla sempre di bimbi, nelle sue storielle. Sono bimbi veri: non li ho sognati, mi apparvero nella loro realtà. Vissero meco un anno, un minuto, un giorno, un’ora, faccine smunte o guance colorite, corpicciuoli scarni o pienotti, vestitini di raso o straccetti per cui si vedeva la pelle ‒ ed erano creature volta a volta ingenue e pensierose, fantastiche e brutali, dolci e acri.
Considerata dalla critica Antonia Arslan «alla pari con qualsiasi short story dell’epoca, con Maupassant, con Cechov» per la «minuziosa impassibilità veristica», per gli ambienti di sfondo, sordidi e oscuri tratteggiati con maestria da cui «emerge con forte drammaticità la pietà materna dell’autrice verso il corpo femminile disincarnato», il racconto di Canituccia condensa in sé «i germi» delle opere più tarde e del genio autoriale di questa scrittrice, candidata nel 1926 al premio Nobel per la letteratura, che le sfuggì, «forse perché aveva pubblicato un romanzo», Mors tua, «considerato antifascista». Ritrarre «dal vero» la realtà, denunciare vicende scabrose, di «suprema ingiustizia sociale», accostare il dato storico, di cronaca, al racconto, senza mai disgiungere la narrazione dall’umana comprensione nei confronti dei più deboli sono l’essenza dell’identità poetica di Matilde Serao, che la spinsero a occuparsi di vicende di cronaca con cui squarciò il silenzio di vergognose soperchierie ‒ come nel caso della maestra Italia Donati, morta suicida «soffocata dalla condanna senza appello» che tutti emisero contro di lei, con la quale la scrittrice inaugurò
un filone letterario, quello dei racconti e romanzi dedicati alle vicende di maestre e maestri e alle vicissitudini della scuola e dell’istruzione pubblica nell’Italia postunitaria, che avrebbe registrato una notevole fortuna nell’ultimo quindicennio del secolo XIX.
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