Musine, come una rondine

Questa commovente giornata di studi, riflessioni, testimonianze dedicata a Musine Kokalari in occasione del suo centesimo compleanno è il punto d’arrivo di lunghissimi, tanto dolorosi quanto entusiasmanti e magici percorsi. Come una rondine, quasi a ottant’anni dalla sua partenza, Musine oggi anzitutto ritorna nella grande città universitaria dove, laureandosi in Lettere con 110 e lode nel 1941, perfezionò la dolce forza della sua poesia etnografica che voleva mettere al servizio di un’Albania socialdemocratica che invece vide ogni giorno di più dilacerata dalla guerra civile, tra nazionalisti e partigiani, da quella mondiale, dalla violenza del regime comunista. Amorevole sensibilità etnografica, demologica, dialettologica, antropologica che Musine seppe presto mettere a frutto nei suoi tregime etnografike (racconti etnografici), e per la quale raccolse più di mille fiabe popolari albanesi e arbëreshë, studiò a fondo il dialetto tosco in una miriade di scritti (recentemente analizzati nello studio di Mimoza Karagjozi Kore su Argirocastro) che, in Italia, perfezionò a contatto con maestri quali Ernest Koliqi, Paolo Toschi, Carlo Tagliavini, Angelo Leotti mentre Mith’at Frashëri in Albania rappresentò il suo principale punto di riferimento.

Musine-Kokalari-Sapienza
1938. Viale XXI Aprile, 8

Questa giornata è anche il coronamento di una mia battaglia antropologica che, consapevolmente o inconsapevolmente, mi ha visto a fianco a lei almeno sin da quando, appena liceale, mi trovavo a frequentare, in una città di quasi cinque milioni di persone, la palazzina di Viale XXI Aprile 8 che, quarant’anni dopo, da laureato in Lettere nella stessa Facoltà di Musine, da professore associato di antropologia culturale e da studioso del prometeismo che accomuna la storia politica albanese a quella letteraria, avrei scoperto essere la stessa palazzina in cui la studentessa Musine aveva vissuto tra il 1938 e il 1939, quando frequentava il suo primo anno d’università.

Anch’io, da ragazzo, amavo le stesse foglie di cui lei parla ne La mia vita universitaria, quando dopo lo studio usciva di casa a fare lunghe passeggiate per «la via Nomentana ancor coperta di foglie giallognole […] e uno spazzino le raccoglieva e le portava via. Quanta malinconia vedere la natura svestirsi.