Musine Kokalari e il silenzio svelato

Ringrazio Mauro Geraci e gli organizzatori di questa prestigiosa giornata di studi per avermi coinvolta e per avermi consentito, con l’occasione, di avvicinarmi al testo, alla storia di vita, alla grazia e alla passione civile di questa figura. Non mi attarderò su una visione d’insieme del progetto di curatela e dello scritto di Musine Kokalari, che ci è stato restituito dai due curatori in tutta la sua dirompente efficacia, in tutto il suo rigore critico. Né ripercorrerò quanto è stato già detto dai relatori che mi hanno preceduta.

Avvalendomi del vantaggio della posizione strategica di un mio intervento previsto alla fine della giornata di studi, ho pensato da subito che avrei potuto consentirmi il supplemento di libertà di una lettura preferenziale del libro e della sua autrice. L’ho pensato in realtà fin dalle prime pagine del volume che ha originato il convegno romano, fin dalle prime considerazioni introduttive, come omaggio a un curatore che ha dedicato al silenzio una raffinata monografia antropologica ancora attuale, ma anche come irrituale strategia di ascolto della storia di vita di una “ragazza uragano” che confluiva verso una fine inaccettabile, tanto più dolente quanto più sottomessa all’oltraggio del silenzio.

1.14 Diploma di laurea
15 dicembre 1941. Diploma di laurea. Regia Università degli studi di Roma (ASS)

 

Musine Kokalari e il silenzio svelato mi è sembrato il titolo più consono a riassumere in una metafora efficace tanto l’amore esegetico di cui Mauro Geraci l’ha investita fin dalle prime pagine della sua introduzione, quanto il tratto costante del destino di una donna che evoca altre donne, altri corpi, altre storie, altre assenze. E se è vero – come ricordava Calvino nel racconto mirabile Un re in ascolto – che per ogni corpo c’è un inizio, per ogni voce una presenza, mai come in questo caso la voce di Musine si fa presenza storica proprio intessendo (con una militanza votata ai saperi più alti di un modello femminile di matrice arcaica) le retoriche di un silenzio denso di senso.

Cercherò pertanto di consegnare, anche in questa sede, il silenzio di Musine alla sua significazione antropologica, insinuandomi nella sua cifra semantica, nella grana di una voce intermittente, nelle “pratiche silenziarie” di contemplazione della vita di una studentessa gravida di speranze, nell’autoconfinamento sofferto di una militante coraggiosa, nelle inaccettabili dissonanze di una storia afona.