Prostizione-Pro(i)stituzioni-Merlin

Nella società degli uomini. La rappresentazione della prostituta nella canzone d’autore italiana

ABSTRACT

Nella visione della storia culturale, le canzoni (come ogni altro prodotto della cultura di massa) restituiscono molti elementi della mentalità collettiva; specie se di grande diffusione sul lungo periodo, esse costituiscono dei potenti e pervasivi agenti di senso comune storico, si traducono, cioè, in un bagaglio di narrazioni storiche che si sedimenta nella mentalità e nell’immaginario degli ascoltatori. Attraverso questa chiave, il saggio prende in esame la rappresentazione della prostituta nella produzione dei cantautori: la porzione più colta e politicamente orientata della canzone italiana, ma anche un fenomeno di larghissimo successo commerciale tra gli anni ’60 e la metà degli anni ’90.

Nella canzone italiana il tema della prostituzione compare negli anni Venti e, precisamente, in due fortunati brani (Lucciole vagabonde e Il tango delle capinere) scritti tra il 1927 e il 1928 dalla celebre coppia di compositori Bixio e Cherubini. Nei testi di queste canzoni la simbologia animale permetteva agli autori di affrontare il tema in forma molto “leggera”, attraverso la quale, pur accennando allo squallore della condizione delle prostitute («schiave di un mondo brutal/noi siamo i fior del mal/se il nostro cuor vuol piangere/noi pur dobbiam sorridere»), si costruiva una narrazione che inequivocabilmente vedeva le donne come padrone del proprio destino: danzanti «fiori del male» nella prima, portatrici di «febbre in cuor» nella seconda.

Tale narrazione rappresentava la perfetta visione della prostituzione nell’Italia di quegli anni: un male necessario che lo Stato non poteva far altro che regolamentare.

Alla ripresa della vita democratica il tema stentava a ricomparire nella nuova canzone pedagogica promossa, alla radio e poi in televisione, dai governi centristi; una canzone che doveva veicolare valori positivi senza l’ambizione di riflettere (e far riflettere) sui temi politici.

Il dibattito sulla prostituzione, però, già nell’estate del 1948 si era riacceso grazie alla presentazione, da parte della senatrice socialista Lina Merlin, di un disegno di legge volto ad abolire la regolamentazione della prostituzione.

La proposta, ispirata ai valori della Carta Costituzionale (il principio di uguaglianza formale sancito dall’articolo 3 e il diritto alla salute sancito dall’articolo 32), avrebbe avuto bisogno di una decina d’anni per essere tradotta in legge: in virtù delle libertà personali garantite dalla Costituzione agli articoli 2 e 13, la prostituzione, dunque, dal settembre 1958 diveniva un’attività libera, sulla quale i terzi (foss’anche lo Stato) non potevano più lucrare.

È naturale, dunque, che nei primi anni Sessanta l’argomento tornasse ad aleggiare sui pentagrammi dei compositori; ciò accadeva in particolare agli autori di canzone colta che, dal principio del decennio, avevano trovato una definizione nell’italianissima categoria del «cantautore», un’idea di agguerriti discografici decisi a fondere le suggestioni provenienti dagli chansonnier francesi e dai folksinger statunitensi con quanto negli ultimi anni la canzone d’autore italiana era andata acquisendo grazie alle innovazioni portate da Domenico Modugno.

Seppur non omogenea in termini di poetiche e di retroterra politici, la canzone d’autore fu attenta osservatrice del cambiamento del Paese e seppe denunciare aporie e contraddizioni del miracolo economico; essa, infatti, cercava di dar voce a quella parte della società critica dei cambiamenti socio-culturali apportati dal boom (o, comunque, esclusa dai suoi benefici) e, dunque, politicamente contraria agli accordi di centrosinistra: la galassia che dai dissidenti socialisti, attraverso il partito comunista, giungeva fino a quella che – dopo il ’68 – avrebbe cominciato ad essere definita sinistra extraparlamentare.

Se la canzone d’autore ci offre, dunque, diversi elementi della mentalità delle masse giovanili orientate “a sinistra”, essa, rivelandosi un vero e proprio monopolio del genere maschile, restituisce al contempo uno straordinario spaccato dell’immaginario degli uomini italiani nella fase della trasformazione della società e della grande mutazione antropologica; come ha osservato uno dei “padri nobili” del cantautorato, infatti, «l’immagine del cantautore è […] storicamente maschile; [allo sviluppo di un cantautorato femminile] sono d’ostacolo la difficoltà a trovare credito in una cultura prevalentemente maschile, nonché determinate scelte dell’industria discografica».

Cantautore-Prostituta-Canzone
Bocca di rosa, F. De Andrè

Alla luce di queste considerazioni, è naturale che, al momento dell’applicazione della legge Merlin nella realtà viva delle città italiane, il tema della prostituzione si materializzasse nelle canzoni della prima generazione di cantautori, la quale elaborava delle narrazioni che, forse più delle inchieste sociologiche, sono rivelatrici dei sentimenti che albergavano nell’immaginario maschile negli anni del miracolo economico.

Una prima lettura, che definirei «crepuscolare», rievocava nostalgicamente i “bei tempi” nei quali l’uomo poteva trovare un genuino conforto tra le braccia di donne che, nonostante concedessero le loro grazie a pagamento, venivano rispettate e, in un certo qual modo, addirittura amate.

Tale visione era fortemente debitrice nei confronti degli chansonnier francesi ed, in particolare, della canzone Milord, brano del 1959 di M. Monnot e G. Moustaki, affidato originariamente alla voce di Edith Piaf.

Il testo di Moustaki narrava la storia di una «ragazza del porto» che invita un distinto signore inglese a godere dei suoi servigi. Nei giorni precedenti lei lo ha visto diverse volte in compagnia di una bella ragazza e, da complice e amica, gli chiede di questa donna; vedendo la tristezza nei suoi occhi, comprende che il milord è stato abbandonato dalla sua amata e prova a consolarlo. Di fronte alla tenerezza della prostituta l’uomo scoppia a piangere e rivela come, scrutando nei meandri più profondi dei suoi sentimenti, ella l’abbia commosso con il suo affetto disinteressato.

[…]