Marina Montesano, Ai margini del Medioevo. Storia culturale dell’alterità (Carocci, 2021)
Il già ampio e variegato filone di studi sulla storia culturale si sta arricchendo notevolmente negli ultimi anni, in Italia ma ancor più sul piano internazionale, di contributi di grande rilievo. Marina Montesano si occupa ormai da molto tempo con profitto di questi argomenti e, nelle sue ricerche, ha indagato in maniera approfondita, per esempio, quell’intreccio di credenze che, trasmesse e reinterpretate nel corso dei secoli, hanno condotto nel Rinascimento alla formazione del concetto tradizionale di stregoneria (si veda, tra gli altri: Classical Culture and Witchcraft in Medieval and Renaissance Italy, Cham, Palgrave, 2018). Il tema che propone la storica in questa occasione si scosta, tuttavia, dalle questioni magico-stregoniche, per focalizzarsi su quelle relative ai fenomeni di marginalizzazione di individui o gruppi di individui che si verificarono in Europa nel corso dell’età medievale e, in particolare, a partire dall’XI secolo, come è stato osservato nei decenni scorsi da importanti studiosi come Jean Delumeau [Peur en Occident (XIVe-XVIIIe siècles). Une cité assiegée, Paris, Fayard, 1978] e R. I. Moore [The Formation of a Persecuting Society: Power and Deviance in Western Europe, 950-1250, Oxford-New York, Blackwell, 1987 (II ed.: 2007)], le cui posizioni storiografiche in merito all’incremento di avvenimenti definibili come “persecutori” nel corso del basso Medioevo fungono da basi per lo sviluppo di una ricerca che, tuttavia, è incentrata non solo sul ruolo svolto dalle istituzioni nel marginalizzare le minoranze, ma anche sulle vicende storiche che interessarono le stesse vittime di più o meno importanti forme di esclusione.
La materia è stata analizzata, in passato, da diversi punti di vista. Infatti, come ha del resto sottolineato Bronislav Geremek, opportunamente menzionato nel testo (p. 14), la condizione di marginalità si declina in quattro differenti macrosettori: economico, sociale, spaziale e culturale, ed è su quest’ultimo, principalmente, che l’autrice decide di incentrare la propria indagine.
Lo spunto per la scrittura del volume è stato fornito, come spiega la stessa Montesano nell’Introduzione e nei Ringraziamenti (pp. 14, 23), da una conferenza da lei stessa tenuta nel 2017, al Festival del Medioevo di Gubbio, sulle migrazioni dei cosiddetti “zingari” verso l’Europa occidentale nel corso del XV secolo, tuttavia l’interesse si è successivamente ampliato verso l’analisi di categorie di individui differenti tra loro, ma che condivisero il patimento dell’esclusione o, perfino, della repressione da parte delle autorità costituite.
Il primo capitolo si apre, infatti, con la trattazione di diverse tipologie di persone che finirono ai margini della società medievale per via di molteplici cause e che l’autrice agglomera all’interno della macrocategoria dei pauperes, i quali, come riteneva Karl Bosl, per quest’epoca non sono da intendere tanto come “poveri”, quanto come “indifesi” (p. 25). Rivolte, carestie, epidemie, e susseguenti crisi economiche che costellarono la storia europea ebbero un risvolto importante per costoro e condussero alla formazione di gruppi sociali fragili sui quali i potentiores esercitavano un potere oggettivo, che si dispiegava anche mediante lo strumento della protezione e dell’accoglienza. Un focus specifico viene poi posto sulla categoria dei malati e in particolare dei lebbrosi, attorno ai quali si creavano barriere spesso insormontabili sia sul piano socioculturale che sul piano prettamente fisico, giacché il confinamento finì col divenire una prassi abituale per il timore del contagio e per alcuni stereotipi negativi che li designavano come avvelenatori di pozzi al pari degli ebrei e dei musulmani. La lebbra, comunque, non era vista esclusivamente come una punizione divina per i peccati commessi dagli uomini, ma anche come occasione per compiere opere ritenute positive; è il caso dell’ordine dei Cavalieri di San Lazzaro, costituito esclusivamente da lebbrosi e sorto nel regno di Gerusalemme con lo scopo di contrastare i musulmani al pari dei Templari e degli Ospitalieri, ma poi specializzatosi nella gestione dei lazzaretti nell’Europa cristiana.
Il secondo capitolo introduce il tema della centralità dell’omogeneità religiosa come fattore unificante, ma allo stesso tempo foriero di pesanti discriminazioni. L’autrice ripercorre i passaggi che portarono all’affermazione del Cristianesimo nell’Impero e alla definizione di una dottrina unica che, nel precisarsi continuamente, implicava anche la formazione di posizioni teologiche differenti: le “eresie” che costellarono il periodo imperiale romano e la tarda antichità, i cui aderenti furono vittime, a più riprese, di editti e persecuzioni da parte delle autorità politiche e religiose, che ne causarono l’annientamento o la diaspora. Di pari passo prese avvio anche quel processo di “cristianizzazione” che portò alla graduale scomparsa delle credenze definite “pagane”, prima nell’ambito dell’Impero e poi, dopo la sua fine, anche tra le popolazioni “barbare” provenienti o stanziate nell’area centro-orientale del continente europeo.
Il discorso introdotto in queste pagine prosegue nei due successivi capitoli, che affrontano le nuove questioni religiose che si imposero nella cristianità occidentale dei secoli XI-XIII, nel contesto di accentramento del potere politico-religioso della Chiesa romana e di definizione dell’autorità pontificia (anche a fronte del contrasto con l’Impero). Si tratta, come è noto, di un periodo in cui fiorirono numerosi movimenti condannati come ereticali: patarini, petrobrusiani, arnaldisti, valdesi, ma anche catari e fratelli del libero spirito, attorno ai quali, negli ultimi tempi, è sorto un importante dibattito storiografico che ha messo in dubbio le radici stesse della loro esistenza, giacché, secondo alcuni studiosi, essi non furono altro che «il frutto di una creazione ecclesiastica e inquisitoriale» (p. 88; per una sintesi delle perplessità recenti in merito al catarismo si veda il volume curato da Antonio Sennis e intitolato Cathars in Question, Woodbridge, York Medieval Press, 2016).
Contro tutti costoro, individuati come avversari della fede cattolica e avversati sia dal papato che dall’Impero, si impiegarono soluzioni repressive senza precedenti che mostrarono tutta la loro efficacia soprattutto nel XIII secolo: la crociata, che aveva già dimostrato il suo potenziale contro i musulmani in Terrasanta e che venne riadattata contro i “nemici interni” della cristianità – come accadde nel Midi francese e in Bosnia – e l’Inquisizione delegata pontificia, un organismo affidato in particolare ai membri degli ordini mendicanti domenicano e francescano che ebbe vita assai duratura, il cui scopo era tenere sotto controllo la religiosità dei fedeli e sopprimere il dissenso religioso per via giudiziaria, ricorrendo perfino, in alcuni casi, alla condanna a morte di coloro che erano riconosciuti rei.
Tra le figure marginalizzate, nel quinto capitolo l’autrice inserisce anche coloro che vennero individuati, soprattutto a partire dal XIII secolo, come appartenenti a quelle “nuove sette” composte da adepti che, secondo la percezione comune, cospiravano contro la cristianità mettendola in pericolo per mezzo di magie e sortilegi di vario tipo, per compiere i quali siglavano un patto con il Diavolo. Come ha osservato Alain Boureau [Satan hérétique. Naissance de la démonologie dans l’Occident médiéval (1280-1330), Paris, Odile Jacob, 2004], nel cinquantennio a cavallo tra XIII e XIV secolo l’interesse verso l’operato del demonio nel mondo si fece sempre più pressante, fino a sfociare in aperta demonomania. Il momento più emblematico di questa svolta – non manca di sottolineare Montesano – è senza dubbio da ricondursi al pontificato di Giovanni XXII, il quale, del resto, era stato personalmente coinvolto in quanto potenziale vittima di maleficio (sventato prima che venisse compiuto) nel 1317. Particolarmente rilevanti, nell’ottica della graduale ereticalizzazione della magia, furono però anche i processi più o meno coevi (dai risvolti politici non trascurabili) contro la memoria di Bonifacio VIII e contro i Templari, nonché quello subito da alcuni lebbrosi accusati di avvelenare i pozzi in Aquitania. L’avversione nei confronti delle pratiche magiche nel corso del XIV secolo preparò il terreno per il successivo fenomeno della condanna della stregoneria e della vasta campagna repressiva attuata contro individui (prevalentemente di sesso femminile) accusati di uccidere infanti, distruggere raccolti e partecipare al sabba.
Gli ultimi due capitoli spostano poi l’attenzione verso il piano della discriminazione etnica. Nel sesto, per esempio, viene trattata quella che, con ogni probabilità, fu la comunità marginalizzata per eccellenza: gli ebrei. Per diversi secoli prevalse, nei loro confronti, la posizione agostiniana, secondo la quale essi non dovevano essere uccisi o costretti alla conversione in quanto la loro stessa presenza tra i cristiani testimoniava la veridicità di ciò che si leggeva nelle Sacre Scritture. Anche in questo caso, tuttavia, la situazione mutò a partire dall’XI secolo, quando, a margine della cosiddetta “crociata dei pezzenti”, si verificarono i primi atti efferati contro gruppi di ebrei (definiti “infedeli” al pari dei musulmani) stanziati nelle valli del Reno e del Danubio. I secoli successivi videro anche affermarsi il fenomeno delle espulsioni di tali comunità dai territori cristiani, spesso reiterate a distanza di pochi anni e seguite da più o meno blande riammissioni, che concorsero a creare un clima di profonda incertezza in un quadro normativo già particolarmente complesso e sfaccettato. Fondamentale fu poi, dalla fine del XIV secolo, la martellante omiletica antiebraica portata avanti da predicatori quali Vicente Ferrer in Spagna o i francescani osservanti in Italia, che contribuì a ispirare diversi provvedimenti legislativi pesantemente discriminatori da parte delle autorità politiche quattrocentesche.
Al settimo capitolo, infine, è affidato il tema ispiratore dell’intero volume, ossia la presenza dei cosiddetti zingari – o romanì, come preferisce chiamarli l’autrice per via della connotazione negativa che accompagna l’altro termine – in Europa occidentale alla fine del Medioevo. Minoranza ancora poco studiata e spesso ritenuta monolitica, i romanì si configurano in realtà come un complesso cosmo di “popoli”, perlopiù nomadi o seminomadi, con differenze linguistiche anche profonde al proprio interno. Di origine nord-indiana, costoro risultano presenti a Bisanzio a cavallo tra alto e basso Medioevo, nei Balcani poco dopo e, infine, a partire dal XV secolo, anche nell’occidente europeo, dove, spesso preceduti dalla fama di ladri e divinatori, pur essendo talvolta invisi alle autorità locali (che in determinate circostanze li espulsero al pari degli ebrei), in alcuni casi riuscirono persino a integrarsi all’interno del tessuto socioeconomico, al punto da ricoprire incarichi di elevata responsabilità.
In definitiva, si tratta di un libro che affronta e mette in rapporto tra loro tematiche di ampio respiro, relative a indifesi, lebbrosi, eretici, maghi, ebrei, romanì; insiemi di persone assai differenti, ma le cui storie in diverse occasioni si intrecciarono. Componenti sociali solitamente minoritarie, spesso marginalizzate per questioni economiche, sanitarie, culturali, religiose, e tuttavia – come mostra in diverse occasioni l’autrice – di fatto tutt’altro che escluse, esse rappresentarono, nella quotidianità, veri e propri elementi costitutivi di una società plurale e assai sfaccettata, che talvolta con troppa leggerezza ancora oggi viene trattata come omogenea. Letto in questa prospettiva, in ultima analisi, il libro di Montesano risulta particolarmente convincente nel contribuire a superare tale visione stereotipata e a restituire un’immagine più fedele e multiforme dell’Europa dell’età di mezzo.